(Re)imparare a vivere

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L'istruzione ai tempi del Covid

Il 5 Marzo del 2020, il Governo italiano sospende qualsiasi servizio educativo per l’infanzia e avvia la chiusura totale di scuole e Università. L’Italia si ritrova a fronteggiare un nemico invisibile ma letale che, in poco tempo, si è diffuso sempre più velocemente in tutto il mondo.

Sono stati giorni caotici e spaventosi. Da una parte la scienza medica che non riusciva ad arrestare la circolazione di questo “nuovo” virus, dall’altra l’innesco di un processo di incertezze, paure e disperazione.

 

Di colpo il silenzio.

 

Le macchine hanno smesso di riempire le nostre strade. In ogni città i negozi hanno abbassato la saracinesca, portando via con sé il viavai delle persone; il vociare dei bambini e dei ragazzi ha smesso di inondare le scuole, le università, i parchi e i musei. Non era più possibile intravedere tra gli scorci di monumenti antichi, lunghe file di turisti trepidanti, in attesa di visitare le nostre bellezze artistiche e culturali, o di assaggiare la nostra rinomata gastronomia. Non ci si poteva più ritrovare a bere un caffè con amici né uscire la sera per bere un drink in qualche locale del centro. Cinema, teatri, ristoranti, negozi, chiese… tutti chiusi, completamente.

In quel momento era necessario restare a casa. 

 

All’inizio, quell’interruzione improvvisa è stata accolta in maniera piacevole, un modo per fermarsi, mettere in pausa una quotidianità sempre più informe, incalzante e monotona. Le settimane però sono passate e sono iniziate a subentrare ansie, preoccupazioni e —in alcuni casi angosce—  nei confronti di un qualcosa di sconosciuto e imprevedibile. 

 

E i bambini?

Come si può spiegare loro una situazione del genere?

È giusto dirglielo?

Come faccio, io insegnante, a proseguire un percorso educativo a distanza?

 

In quest’ultimo anno, abbiamo visto il mondo dell’Educazione trasformarsi e cercare di trovare vie alternative per assicurare il diritto allo studio. Il modello di insegnamento tradizionale ha lasciato spazio ad una didattica a distanza, fatta di video-lezioni, microfoni spenti, telecamere accese e lezioni registrate. Tutto il mondo dell’istruzione gravita attorno ad un computer. 

Tuttavia, già dagli anni ’90, la tecnologia ha iniziato ad essere parte integrante del Sistema scolastico; tramite le lavagne interattive ad esempio, o tramite le piattaforme di e-learning come Moodle nel caso delle università, strumenti che, purtroppo, non hanno portato al completamento del processo d’innovazione educativa.

 

La Didattica a Distanza (DAD) ha rappresentato per noi insegnanti un grossa sfida da diversi punti di vista. La preparazione del materiale didattico digitale si è rivelata maggiore rispetto alla preparazione di quello tradizionale. Inoltre, si è sentito in maniera amplificata il divario generazionale tra colleghi, al punto che alcuni si sono ritrovati a dover coprire le lacune tecnologiche di coloro che facevano fatica a stare al passo con i nativi digitali.

L’adozione di strumenti tecnologici, come computer o tablet, è stata da parte del Ministero dell’Istruzione un processo scontato, ma egoista. Ad oggi, l’impiego di tecnologie richiede determinate infrastrutture e costi che non tutte le scuole hanno o possono permettersi. Ci sono stati moltissimi docenti e alunni che, non possedendo gli strumenti tecnologici adatti o una rete Wi-Fi, si sono ritrovati esclusi da questo processo. Secondo ISTAT nel Mezzogiorno infatti, il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa —rispetto a una media del 30% circa nelle altre aree del Paese — e solo il 14,1% ha a disposizione almeno un computer per ciascun componente. (Corriere della Sera, 2021)

 

Durante questo periodo, mi sono ritrovata nella posizione scomoda di dover trovare i giusti metodi per “intrattenere” bambini di 3 anni, pur essendo all’oscuro della loro situazione familiare. I miei alunni erano bambini che vivevano in famiglie numerose, schiacciate in pochi mq o figli unici in grandi case con giardino? In famiglia c’era la possibilità di accedere a strumenti tecnologici per seguire le mie video-lezioni, oppure no?

 

Potevano stampare il materiale da usare? E avere la possibilità economica di comprare del materiale necessario per le varie attività? I genitori hanno le conoscenze adatte per accedere a questo tipo di didattica? Chi controlla che il bambino stia seguendo la lezione? Con il mio tipo di didattica sono riuscita ad insegnare qualcosa? A trasmettere loro una qualche serenità, a creare piccoli momenti di distrazione?

Nonostante fossi la loro insegnante, non potevo conoscere a fondo l’atmosfera affettiva e relazionale presente nelle loro case o la loro relazione con i genitori. Non potevo sapere se in quell’ambiente ci fosse o meno la giusta serenità, il desiderio e il piacere di ritrovarsi insieme, la volontà di giocare e comunicare. O se al contrario, ci fossero situazioni familiari fragili, fatte di continue tensioni e litigi.

 

Da insegnante, ti ritrovi a vivere una montagna russa di emozioni: si passa dal senso di colpa, dovuto al chiedere ai genitori un determinato impegno economico e di tempo; alla rabbia, causata dalla consapevolezza che non tutti avranno la possibilità di seguire le lezioni; al disagio perché, davanti a un “Maestra, ma quando riapre la scuola?”, “Quando potrò rivedere il amico Cesare?”  Come si fa a rispondere?

Eppure, per più di un anno, siamo stati obbligati a convivere (e ancora conviviamo) con questi interrogativi, con la speranza che sia tutta una questione di tempo prima di tornare ad una (almeno parziale) normalità, sperando che tutto vada per il meglio.

 

Ci sono bambini a cui, inizialmente, ha fatto piacere spendere del tempo a casa, liberi di giocare senza interruzioni e godere della compagnia di mamma e papà, altri però ne hanno sofferto moltissimo. A casa non ci sono i compagni di classe con cui condividere la merenda o con cui giocare; svolgere le attività con la maestra risulta complicato perché qualsiasi cosa diventa una distrazione e, inoltre, dov’è finita la loro quotidianità? Quel prepararsi a uscire per andare a scuola, tanto fondamentale in una fase così delicata del loro sviluppo sociale ed emotivo? 

 

L’impossibilità di toccarsi o abbracciare i propri compagni di classe, la mancanza d’interazione all’interno di un gruppo composto da coetanei o il non poter vedere i componenti della propria famiglia, ha comportato gravi problemi psicologici, come disturbi da stress, incapacità di adattamento e sofferenza emotiva.

Non dimentichiamo mai che la metà dei bambini sono figli unici e passare intere giornate circondati da adulti spesso, non è un’esperienza tanto felice.

 

Il cambiamento o la cancellazione improvvisa di una routine costruitasi negli anni d’asilo precedenti, ha portato a irrequietezza e impazienza nei confronti di un meccanismo che ha sempre rappresentato un punto di riferimento temporale e non solo.

L’utilizzo di video-lezioni o altre modalità didattiche online fa sì che l’insegnante entri in “casa”dell’alunno, il che porta alla completa eliminazione del confine tra scuola e casa.

Inoltre, vivendo a contatto con un ambiente di soli adulti e svolgendo le varie attività scolastiche sotto il loro sguardo vigile, i bambini si sono ritrovati a perdere il sacrosanto diritto di sbagliare e di interpretare alla propria maniera gli esercizi. A causa della supervisione genitoriale e seppur in maniera involontaria, i bambini finiscono per assimilare le ansie, lo stress e la preoccupazioni degli adulti, arrivando al dover affrontare situazioni a loro non consone.

Quando ci è stata data la possibilità di riaprire e riaverli negli asili, dopo diversi mesi a casa, noi insegnanti ci siamo ritrovati a dover fronteggiare queste tematiche. Si è dovuta introdurre una nuova routine: come la misurazione della temperatura (dei bimbi e del personale scolastico) all’ingresso, la sanificazione delle mani da praticare ogni tot ore, l’uscita in giardino “a scaglioni”,  onde evitare assembramenti. Tutti procedimenti che, nonostante tutto, sono stati accolti di buon grado dai più piccoli, perché dava loro modo di “tornare”.

 

Durante quest’anno, ho vissuto giorno dopo giorno con la mia classe, i miei bambini, e ho potuto constatare la loro difficoltà nel ricominciare ad interagire con i loro coetanei, la loro tranquillità nell’affermare che, nonostante tutto, erano contenti perché “mamma e papa non avevano perso il lavoro”. Mi sono ritrovata a osservarli preoccupata in giardino, mentre per scherzo giocavano a farsi il tampone o il vaccino. Altre volte, mi sono ritrovata a consolare e distrarre bambini che avevano genitori in isolamento, o che non potevano rivedere i propri nonni per via di un “virus che se entra dentro il corpo fa tanto male”.

 

Il tema della scomparsa, dell’assenza o semplicemente di “cosa accade quando si muore” è molto presente nei bambini. L’esperienza del Coronavirus e del lockdown è stata vissuta da loro in maniera amplificata, perché noi stessi adulti non sapevamo dare certezze. Per più di un anno, anche in maniera involontaria, sono stati esposti alla televisione, alle notizie dei giornali che quotidianamente annunciavano il numero delle vittime; hanno ascoltato le notizie riguardanti le tragiche conseguenze della pandemia e queste, inevitabilmente, sono entrate nel loro immaginario. Di fronte a queste situazioni, nonostante i corsi di studio frequentati e la propria formazione personale, gli insegnanti, si ritrovano disarmati e, spesso, impotenti di fronte alla prospettiva di questi traumi, di fronte alla volontà di voler provare a spazzarli via. Ma alla fine, è giusto che sia così.  È corretto interrogarsi ma, ancora più importante e giusto, è cercare di capire.

Come insegnanti, siamo di fronte alla sfida educativa più difficile di sempre. Il nostro compito è quello di provare a costruire insieme delle regole che abbiano un senso, in modo da dare vita a un percorso in grado di infondere sicurezza, sia fisica che mentale; sicurezza che, di questi tempi, è diventata la priorità, ci riguarda tutti in quanto cittadini. Allo stesso tempo però è necessario anche condividere con i bambini le difficoltà e cercare insieme delle soluzioni.

 

Il problema in questo momento non è seguire i vari protocolli o assicurarsi che le regole vengano rispettate, in quanto, questo, già avviene negli ambienti scolastici. Dobbiamo, invece, assicurarci che nessuno rimanga indietro, saper riconoscere le varie necessità dei singoli bambini e capire che dietro ad ogni alunno c’è un mondo non un DPCM o un numero.

 

Inoltre, chi fa parte del mondo dell’istruzione si augura che questo avvenimento tragico, quale è stata ed è la pandemia, non sia vano nel porre al centro delle politiche interne l’Istruzione. Ricerca ed Educazione devono essere la priorità per un Paese che necessita, oggi più che mai, di un profondo processo di innovazione e trasformazione. Lo scopo deve essere quello di riaccendere di nuovo la passione dei bambini e dei ragazzi nei confronti della conoscenza, come strumento di sviluppo e di riscatto personale.

È importante che noi insegnanti ci mettiamo a lavoro ma, da parte nostra, è giusto anche pretendere gli strumenti per completare questo procedimento.

 

Nell’oscurità della notte si vedono le stelle

 

Abbiamo vissuto e tuttora viviamo momenti di oscurità, ma gli studenti devono essere le nostre stelle. Questa pandemia è servita a far sì che ci soffermassimo con maggiore attenzione alla realtà che viviamo ogni giorno, quindi, sfruttiamo al massimo questo momento di lentezza per migliorare, come insegnanti e come essere umani. Il migliorare implica l’agire, implica combattere, implica sporcarsi le mani e impegnarsi.

Nella scuola, come in qualsiasi altro ambiente, nulla sarà come prima ma, cerchiamo di cogliere questa seconda possibilità per aumentare la nostra umanità nei confronti di chi dovrà ricostruire il futuro.

Non dobbiamo abbandonare, non dobbiamo rischiare di far perdere ai bambini, la fiducia che ripongono in noi.

Maria Torromeo 

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