Chi ha il potere di rovinarci la vita?

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Nel suo ultimo libro, edito da Einaudi, Daria Bignardi si mette a nudo e racconta, con sincerità e ironia, come a rovinarle e salvarle la vita furono l’ansia di sua madre e tre libri letti durante la sua giovinezza, tre libri che, nel farla soffrire, le permisero di conoscere meglio sé stessa.            

Al posto della tipica domanda che si pone – qual è il suo libro preferito? – abbiamo chiesto a personaggi del mondo dell’editoria e della cultura – scrittori, scrittrici, editor – qual è il libro la cui lettura è stata supplizio e sollievo, dannazione e salvezza. 

Con Riccardo Piazza, cofondatore dell’APS Lapaginabianca.docx, abbiamo pensato di scrivere un pezzo sul modello della “Libreria secondo me”, l’articolo che indaga quei libri che abitano e invadono la casa. 

L’editore Giulio Perrone: Il libro della svolta per me è stato IT di Stephen King letto tutto d’un fiato in estate. Tornai a Roma e vendetti tutta la mia collezione originale di Dylan Dog investendo il ricavato in classici della letteratura.

Il direttore commerciale Antonio Sunseri: I libri sono due. Sicuramente, Delitto e castigo di Dostoevskij, che ho letto quando ero adolescente, che mi ha permesso di conoscere me stesso nelle profondità –  anche negli aspetti più cupi e negativi –  e mi ha permesso di affrontare alcune delle mie ansie ma anche delle mie malattie più profonde. E l’altro libro, che ho letto in età decisamente adulta, è Addio fantasmi di Nadia Terranova, il quale è stato sia “dannazione”, sia “salvezza”: “dannazione” perché ho sofferto per le relazioni che descriveva Nadia e “salvezza” perché, da quel momento in poi, ho cambiato il modo di gestire le mie relazioni: ho chiuso molte di quelle relazioni che erano morte ma che io facevo finta di non vedere. 

La scrittrice Donatella Di Pietrantonio: uno dei libri più devastanti per me è stato Trilogia della città di K. di Agota Kristof, in particolare il primo libro: Il grande quaderno; è stato devastante perché mi ha fatto capire che la letteratura può interessare tutti i piani, anche quelli più disturbanti. E poi, anche da un punto di vista di formazione, perché la mia scrittura era troppo sovrabbondante e complessa, quasi uno sforzo di dimostrare a me stessa – di madrelingua dialetto – di aver conquistato la lingua italiana. Leggere questa trilogia mi ha dato una scossa e da lì, ho iniziato un lungo percorso per arrivare a quella che è la lingua attuale dei miei libri, una scrittura in sottrazione, che non si concede divagazioni.

Lo scrittore, poeta e giornalista Mario Desiati: Nella letteratura c’è del miracolo a volte, e questo miracolo è quello di sentire da uno scrittore la comunanza di una sensazione e di un effetto, di avvertire la sua verità, anche se questa non viene mai esplicata. Poi c’è il mondo che lui ci fa intravedere, e il prodigio della letteratura è proprio questo. Delle quattro parole che mi suggerite scelgo sempre salvezza, la strada è segnata nell’orizzonte dopo o durante la lettura. Mai così chiara fu quando grazie a Praga Magica di Angelo Maria Ripellino, a diciott’anni, conobbi il romanzo di Jaroslav Hasek, Il buon soldato Sveik. Mi sentii salvo perché guardai il mondo con un nuovo sguardo. Il mezzo fu l’ironia boema di Hasek: ossia l'abolizione di una soggettività. È la più alta libertà al mondo, scrisse Hrabal parlando a proposito di questo capolavoro, oggi, un po’ dimenticato. Insomma, dietro quell’ironia c’è la presa d’atto dell’uomo, delle sue piccole verità, dell’impossibilità a darne un razionale ordine. Proprio ciò conduce inevitabilmente il soldato Sveik, alter ego del suo autore Hasek, a intuire le profonde radici dell’uomo e delle sue risibili regole di sopravvivenza. L'impresa è quella di disinnescare il dispositivo strangolante della legge e della burocrazia, dei sistemi e della guerra, attraverso lo sguardo che dona un uomo felicemente e innocentemente troppo umano per essere schiacciato dalla disumanità del codice. Quello che in altri modi, altrettanto geniali fecero il Castello e il Processo di Franz Kafka. 

La blogger Giusy Lagana (ViaggiLetterari): sicuramente Madame Bovary di Flaubert, diventato la mia maledizione ma anche la mia consapevolezza.

La scrittrice Nadia Terranova: Le botteghe color cannella è stato la mia dannazione: da quando l'ho letto la prima volta non riesco a smettere di averlo come parametro, si nasconde in tutto ciò che scrivo e rispunta anche mio malgrado. Ho dedicato un intero libro a Bruno Schulz ma, nonostante questo, non sono riuscito a farlo fuori dal mio immaginario!

La poetessa Marietta Salvo: Anna Karenina di Tolstoj. Ero piccolissima,  tipo 13 anni. Era tra i vietati. Mi ha aperto alla sapienza di una specificità femminile. Rendeva visibile il corpo delle donne e si contrapponeva all'autoritarismo dei sentimenti. Anna perde la ragione per amore, è incapace di sopportare il giudizio del mondo, decide di perdere la vita, però, non può tornare indietro. Ha scoperto il sé e mi ha insegnato a desiderare di scoprirlo senza morire.

L’art director Claudia Intino (Gubrin): Credo che nessuno al di fuori di noi stessi abbia il potere di rovinarci la vita, perché l'uomo è sempre in grado, anche quando pensa di non esserlo, di reagire alle fratture, agli eventi più dolorosi della vita. Il libro, la cui lettura è stata supplizio e sollievo è sicuramente Il codice dell'anima di James Hillman. Letto un secolo fa, mi sconvolse al punto che lo aprii e lo richiusi in maniera tempestiva. Continua a tornare nella mia vita ed ad essere quasi un'esigenza, una consulenza privata di risposte.

Il Capo-editor di Marotta&Cafiero editori Maurizio Vicedomini: Ho un rapporto di reciproco distacco con i libri. Difficile che possano rovinarmi la vita o salvarmi. Sono più compagni di viaggio che portatori di epifanie. Forse il titolo che più si avvicina a ciò che chiedi è La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace. Un libro che ho amato tanto, al punto da permettergli di modellare il modo in cui io stesso scrivevo. Un legame che sono riuscito solo con il tempo a indebolire.

L’autore e sceneggiatore Alessandro Bencivenni: Trovo irritante, livoroso e ideologicamente inaccettabile Céline e in particolare il suo capolavoro, Viaggio al termine della notte, di cui però è impossibile non riconoscere la grandezza. La stessa cosa che, fatte le debite proporzioni, mi succede con Houellebecq.

Anche i due autori dell’articolo hanno voluto rispondere alla domanda posta all’inizio.  

Riccardo Piazza: Il libro che mi ha rovinato la vita è senz’altro Il poeta è un ladro di fuoco di Arthur Rimbaud, pubblicato da l’Orma Editore. Leggere Rimbaud a sedici anni è stato l’errore fatale dal quale non sono più riuscito a riprendermi. Mi sono convinto di avere un dovere civile e sociale nei confronti del mondo, una sorta di responsabilità nell’aiutarlo in una rivoluzione emotiva prima che sociale. Ridare valore alle emozioni, riscoprirci umani ed essere ebbri di vita.

Beatrice Sciarrillo: La noia di Alberto Moravia. Mi ha fatto capire che cosa sia davvero la noia, che cosa la sessualità. Mi ha fatto capire, a quattordici anni, che tutta la mia complessità, e di conseguenza le mie problematicità, derivavano dall’ esistenza umana, terribilmente complessa.