“Il grande Gualino”: Intervista a Giorgio Caponetti

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Nel 2018, l’editore UTET ha dato alle stampe un’accurata biografia di Riccardo Gualino, scritta da Giorgio Caponetti: “Il grande Gualino. Vita e avventure di un uomo del Novecento”

 

Nato sul finire dell’Ottocento da una ricca famiglia biellese, Riccardo Gualino fu un temerario imprenditore e un colto mecenate, amante della lettura, del teatro e della musica: un uomo che ebbe il coraggio di investire nel mondo della cultura. Nel 1928, all’età di quarantanove anni, fu inserito nella rosa dei cinque uomini più ricchi d’Europa. 

Accanto a lui e fino alla sua morte, avvenuta nel 1964, c’è la moglie Cesarina, che condivide con il marito una lunga e intensa vita di viaggi durante la quale, la coppia si imbatte in avventure rocambolesche – la tempestiva fuga da San Pietroburgo nel 1917 – stringendo amicizie memorabili e internazionali. 

 

Una vita narrata con l’andamento di una partitura sinfonica, ricostruendo la storia di un personaggio che farà ritorno, al momento della morte, nei suoi luoghi d’origine: Riccardo Gualino giace, infatti, accanto alla moglie Cesarina, morta nel 1992, nel mausoleo di famiglia nel cimitero monumentale di Oropa (Biella).  

 

Come mai un personaggio come Gualino, importante, per tanti aspetti, per la città di Torino, è così poco noto ai cittadini sabaudi? Se non sbaglio, a Torino non ci sono strade che portano il suo nome, o quello di suo moglie, e la Collezione Gualino, che raccoglie importantissimi capolavori della storia dell’arte italiana dal Duecento fino al Novecento, ubicata al terzo piano della Galleria Sabauda, è poco conosciuta e visitata. 

 

Intanto, partiamo dal presupposto che Gualino non era torinese: lui era biellese e aveva sposato la sua Cesarina, che era di origini biellesi; però abitava a Casale Monferrato all’epoca. Quindi, Gualino è stato un “immigrato di lusso” a Torino. E poi tutto sommato, ci è rimasto molto poco. Quindi, perché non c’è quest’affezione?

Sinceramente, non saprei dire. Certo, quando Gualino ha vissuto a Torino, ha fatto delle cose memorabili: non solo dal punto di vista imprenditoriale. Prendiamo, ad esempio, tutta l’esperienza del Teatro di Torino – i balletti russi portati nella città– che erano, però, delle cose molto poco torinesi. Era un atipico, lui. E questo fatto è ciò che mi ha incuriosito di più: cioè che lui e Cesarina, secondo me, si sono divertiti come dei matti nella loro vita.

 

Ne ho avuto una testimonianza abbastanza diretta: sono andato anni fa a ricercare il nipote di Riccardo Gualino, che abitava a Roma: era una persona di grande gentilezza e lui diceva che Cesarina, quando era già molto anziana, chiacchierando, una volta, con una qualche amica del cinema romano, disse “certo, che, ai nostri tempi, ci siamo proprio divertiti”.

Quindi, io spero che dal libro salti un po’ fuori questo aspetto, del Gualino che ha vuole divertirsi e gestisce le sue attività anche in funzione del divertimento. 

 

Da dove viene la decisione di scrivere una biografia di Riccardo Gualino?

 

Me l’aveva suggerito un amico giornalista. Quando uscì il mio primo romanzo, “Quando l’automobile uccise la cavalleria” un mio amico, giornalista torinese, mi disse “ma perché non provi a scrivere anche un libro su Gualino?”. E, così, il libro su Gualino nasce come seguito del mio primo romanzo. 

 

In “Quando l’automobile uccise la cavalleria” (Marcos y Marcos, 2011), il protagonista è Giovanni Agnelli, e la sua impudente e oscura ascesa ai vertici della Fiat ai danni di Emanuele Bricherasio; qui, invece, l’uomo di cui narra la vita è Riccardo Gualino, in un primissimo tempo, “socio in affari” dello stesso Agnelli.

In cosa si differenziano questi due personaggi che sono, in fondo, accomunati da una forte lungimiranza e da una grande sagacia? 

 

Erano accomunati da interessi finanziari e industriali comuni.

Bisogna tenere in mente che una cosa importantissima nella vita di Gualino è stata l’avvento del fascismo: Gualino, che è sempre stato ai limiti dell’equilibrismo finanziario in tutte le sue operazioni, a un certo punto, quando ci fu l’autarchia e l’Italia si rinchiuse finanziariamente in se stessa, si schierò con una lettera aperta, contro la politica finanziaria di Mussolini.

Questa lettera aperta fu, di fatto, l’occasione per cui Mussolini riuscì a togliersi dai piedi Gualino. Infatti, lo mandò al confine per un anno e mezzo e lo tolse completamente dalla scena finanziaria italiana.  

 

In questo libro, compaiono importanti figure della storia del Novecento italiano (e non solo): da illustri imprenditori, come Giovanni Agnelli, ad artisti come Pirandello e Modigliani, fino al rinomato critico d’arte Lionello Venturi, che diventa il consigliere dei Gualino per l’acquisto di opere d’arte, nonché loro caro amico. Tuttavia, la storia dei Gualino, più che essere ricostruita attorno ai personaggi con cui entrarono in rapporto, viene ricucita intorno ai luoghi della loro vita: Torino, Cereseto, Sestri Levante, San Pietroburgo, Parigi, Lipari, Roma. A ciascun luogo si lega una casa, un’abitazione, progettata dai migliori architetti del momento, in cui i Gualino hanno dato vita a un proprio mondo. Ciononostante, nel momento in cui Cesarina ricorda “le case che se ne sono andate”, Gualino afferma che “Le case sono involucri. L’importante è il contenuto … cioè siamo noi e la nostra vita”. 

 

Quanto erano importanti, per Gualino, la famiglia e gli affetti? 

Nel libro, sembra che ci sia sempre una sorta di distacco, sia fisico sia emotivo, da due figli, Lilly e Renato … 

 

La famiglia e gli affetti erano molto importanti per Riccardo Senior e ciò è testimoniato dai racconti dello stesso nipote di Riccardo, il figlio di Renato.

Il piccolo Riccardo mi raccontava che, alla fine della sua vita, Cesarina era diventata molto di chiesa e costringeva il marito con il piccolo Riccardino, il nipote, ad andare a messa. 

Ma, quando erano in chiesa, lei si metteva a sentire la messa, mentre Gualino portava il nipote giù, a visitare la cripta e, dunque, l’attenzione del nonno non era per le cose sacre di chiesa. Riccardino, dunque, aveva il ricordo vivissimo di un nonno vivace, che lo faceva giocare, gli raccontava le favole, mentre Cesarina era molto più chiusa. 

 

Ostile al fascismo e a Mussolini, che lo spedì in esilio a Lipari e a Cava de’ Tirreni negli anni 1931 e 1932, Gualino non prese parte alla Resistenza in prima persona, tuttavia, sia lui sia la moglie diedero un importante sostegno economico alla causa, a tal punto da ricevere i ringraziamenti ufficiali del presidente del Comitato Liberazione Nazionale Ivanoe Bonomi al termine del conflitto. Lo stesso Bonomi, in seguito fondatore del Partito Democratico dei Lavoratori, propose a Gualino di entrare nel partito, tuttavia, Gualino declinò l’offerta. 

 

Come mai, secondo lei, Gualino fu così refrattario nei confronti della politica? 

 

A Gualino non interessava entrare in ambito politico. D’altra parte, non so più quale grande imprenditore italiano disse: “La politica è una gran bella cosa, ma basta saper utilizzare i politici”.

 

Gli anni del confino, caratterizzati da una profonda solitudine e da un’angoscia per l’avvenire sono, però, per Gualino,  un momento di importante e intensa riflessione sulla sua vita: su ciò che ha costruito e sugli errori che ha compiuto. Gualino prende coscienza della necessità di cambiare il suo modo di fare affari. “Basta con i compro compro compro, vendo vendo vendo, con capitali presi in prestito”. Sarebbe ritornato al suo lavoro di imprenditore, finanziando le sue società e i suoi progetti con capitali propri o di persone assolutamente fidate. 

 

Questa decisione è, secondo lei, indice di una maggiore maturità e di un uomo più responsabile che, superati i cinquant’anni, si guarda indietro e va alla ricerca degli errori che ha inevitabilmente compiuto?

 

Questa decisione non è tanto l’indice di una maggiore maturità o di una maggiore responsabilità, ma è piuttosto dovuta a una situazione contingente: cioè che, a partire dal confino in epoca fascista, le banche gli avevano chiuso i crediti; non erano più disponibili a finanziare tante sue imprese. Lo spirito imprenditoriale lui l’ha sempre avuto molto spavaldo, ma è soprattutto la situazione contingente a mutare e Gualino dovette ad adattarsi a questa. 

 

Pensavo che una sola cosa conta veramente: lasciare delle orme che non si cancellino o durino a lungo”. Questi sono i pensieri che tormentano Gualino di notte, nella sua piccola cella. 

 

Ha lasciato delle orme durature? Verrà ricordato dai posteri e, se sì, perché? 

 

Purtroppo penso di no: nessuno, oggi, lo ricorda. Non è riuscito a lasciare delle impronte così vere: numerosi lettori mi dicono di aver riscoperto Gualino grazie al mio libro e molti pensano sia un architetto. 

 

Ora, mi rivolgo a lei. 

Ha progetti per il futuro? Nuovi personaggi di cui ricostruire la storia? 

 

Sì, sto lavorando su una nuova storia e spero che venga fuori un altro libro interessante.