«Tempesta madre»: Intervista all’autore Gianni Solla

Scritto da

Tempesta madre (Einaudi) è un romanzo dolce-amaro e spietato che racconta, senza nessuna vergogna o pudore, il rapporto ombelicale tra una madre e un figlio, sullo sfondo di una Napoli affascinante ed enigmatica.

 

L’autore, Gianni Solla, è scrittore, blogger e poeta. Nel 2012, pubblica il suo primo romanzo – Il fiuto dello squalo – con l’editore Marsilio, mentre i suoi racconti sono stati pubblicati in svariate raccolte: Sex Uniform, Water sex, Hard Blog (Mondadori) Trema la terra, E morirono tutti felici e contenti (Neo Edizioni) Seppellitemi con l'accappatoio (Unwired Media, 2008) Airbag (Ad Est dell’Equatore, 2009) Tropico di San Giovanni a Teduccio (Senza patria, 2011).

Jacopo è un novello Jaromil, protagonista di La vita è altrove di Milan Kundera: figlio unico come il tuo protagonista, cresciuto da una madre eccessivamente protettiva, Jaromil trova nella scrittura e, in particolare, nella stesura delle sue immaginifiche e fantasiose poesie, un mezzo lirico e solitario per evadere dalla quotidianità della sua esistenza. Jaromil scrive, quindi, per sfuggire a una realtà di vita che lo lascia insoddisfatto e inquieto. E Jacopo, invece, perché scrive?

Inizialmente, è come se il bambino, un piccolo e indifeso alunno, unico maschio presso l’Istituto delle Suore di Santa Sofia, riversasse nei temi in classe tutto ciò che conosce del mondo: ovvero l’universo materno. Inevitabilmente, quindi, questi temi scolastici sono una cronaca dei comportamenti della figura materna e riportano le frasi che ella pronuncia durante la loro convivenza, a tal punto che i suoi quaderni passeranno “al vaglio della figura materna”.

E poi c’è il mondo delle poesie: brevi componimenti poetici che Jacopo scrive, nella cella frigorifera del locale macelleria del padre, sulla carta che contiene la carne da vendere ai clienti. Alla domanda di Jana: “perché scrivi frasi, Jacopo?”, il bambino risponde che scrivere gli “serve per vedere il meccanismo delle cose”. Sotto ogni cosa che avviene c’è una motivazione, una ragione che Jacopo riesce a cogliere solo attraverso la scrittura: “Se una cosa la puoi scrivere, allora vuol dire che la puoi capire”. Ma attraverso la scrittura – attraverso quest’opera di inconscia osservazione del comportamento materno e di meticolosa trasposizione delle frasi pronunciate dalla madre sulle pagine di un quaderno – Jacopo riesce davvero a capire la donna che l’ha generato? 

«La scrittura di Jacopo ha una funzione descrittiva che serve a riportare il mondo esterno sulla carta; e costruttiva, che cioè ne produce uno fatto di congetture e ipotesi,. Ed è in questo spazio tra il reale e il sovrapposto che il protagonista si muove. La vita da bambino di Jacopo è un racconto interstiziale, che ha l’azzardo tipico di tanti bambini che hanno una forte immaginazione. La scrittura della vita con sua madre, che al momento del racconto dell’infanzia è l’unica possibile di Jacopo, è una necessità ricognitiva. Il processo stesso della scrittura è una raffinazione della realtà che costringe passaggio dopo passaggio a tenere dentro solo le uniche parole che meglio descrivono l’oggetto che stiamo raccontando.»

Dato il rapporto ombelicale con la figura materna, ogni donna che Jacopo incontra nella sua vita diventa una riproduzione della donna che l’ha generato: ogni volta che conoscerà una donna Jacopo andrà, inevitabilmente, a sovrapporre la sua immagine a quella della madre: Vanessa nell’infanzia, Veronica e Stefania nell’età adulta. Ed è come se la madre sapesse ciò; come se, in qualche modo, ricercasse questo confronto. Da dove deriva, infatti, la decisione della madre di iscrivere il figlio in una scuola frequentata esclusivamente da bambine? 

«Nel racconto è un fatto congiunturale, l’unica soluzione possibile per inscrivere Jacopo ad anno già cominciato ma questo è un artificio dell’autore. Jacopo è circondato e accerchiato dalle donne e, in realtà, non credo che il suo rapporto con le altre sia sempre condizionato dalla figura di sua madre. La segretaria ha molto spazio nel racconto, credo che in un certo senso sia una specie di suggestione per il lettore ma, intimante, credo che Jacopo abbia preso presto le distanze da sua madre e che percorra una vita sentimentale, catastrofica, ma autonoma. Non credo nemmeno che ogni uomo ricerchi la madre nelle figure femminili, sono sicuro del contrario.  

La classe femminile del Santa Sofia è un laboratorio, un’esasperazione scenica per il narcisismo di Jacopo, per la sua richiesta continua di amore.»

Parallelamente all’atto di scrittura c’è quello di studio e di trascrizione un po’ meccanica sulle righe dei quaderni di termini scientifici e specialistici, come i nomi delle vitamine o delle classi vegetali. 

Quest’operazione di riporto, attenta e sistematica, permette a Jacopo – anzi lo illude – di poter esercitare un controllo sulla situazione concreta della sua famiglia? In un certo senso, questa meticolosità e precisione ossessiva gli permettono di salvarsi da un’infanzia e un’adolescenza difficili?

«Volevo che il protagonista di questo romanzo avesse un’intelligenza e una sensibilità fuori dal normale perché il suo sentire è la voce che ho utilizzato per scrivere, il vero materiale di costruzione del romanzo, e avevo bisogno di un mezzo che entrasse in profondità. Ricordare a memoria elenchi lunghi e complicati è una manifestazione reale della sua mente e applicherà lo stesso metodo e disciplina per mappare il suo mondo affettivo, prima verso la sua famiglia e poi, verso sé stesso. Non credo che Jacopo abbia avuto una vita difficile, non è quel tipo di storia, è la sua sensibilità così acuta che gli ha permesso di viverla al doppio della velocità o del peso.»  

La salvezza è un tema importante e ricorrente nel romanzo.“Gli sconosciuti sono l’unica salvezza” dice un personaggio del tuo libro. Ma, prima di capire chi sia la figura che si identifica con il salvatore, ti chiedo: da che cosa devono essere salvati Jacopo e sua madre? Da un’esistenza vissuta all’interno di una casa abusiva in un quartiere degradato della città di Napoli, prigionieri di una bugia che loro hanno costruito? 

«Non è necessario salvarsi, nella vita come nei romanzi, credo che l’unico delitto sia non vivere pienamente la propria vita. Affrontare al meglio delle proprie possibilità e con coscienza i propri giorni, reagire o soccombere, ma sentirli completamente, farsi attraversare e cambiare. È quella la salvezza che intendo. Gli sconosciuti sono il lancio di dadi di Dio. È un elemento esterno che mette in moto i romanzi ma anche la vita. Ritornando, invece, al contesto in cui è ambientato il romanzo, ho deciso di scrivere di Napoli Est, in particolare di San Giovanni a Teduccio. Jacopo e sua madre occuperanno abusivamente una casa dopo avere vissuto per alcuni anni in un quartiere più ricco dall’altra parte della città. La forma di isolamento che raggiungono in quella casa, che li accoglie e li respinge assieme, mi è servita a creare quella camera di eco per ascoltarli e per avvicinarmi a loro il più possibile. Riflettevo sul fatto che per salvare me come scrittore devo mettere i personaggi nella peggiore condizione possibile e forse questo non basterà a salvare né me né loro.»

Una cosa di cui Jacopo soffre, ma che la madre non menziona mai durante queste visite mediche, è il perdere sangue dal naso. I capillari del naso di Jacopo sono estremamente fragili e, soprattutto, sanno sempre esattamente quando rompersi. Questa rottura dei capillari è indice di una debolezza umana, di una fragilità interiore proprio di ogni uomo e di ogni donna, in quanto essere umani? Si può instaurare un parallelismo tra il perdere sangue dal naso e l’incapacità nel guidare un’automobile? 

 

«Ora non saprei se tra il perdere sangue dal naso e l’incapacità di guidare ci sia continuità ma direi che il sangue dal naso si manifesta spesso nei momenti tipici della vita di Jacopo, o in quelli che ho deciso di tenere nel racconto. È una specie di finestra sui propri limiti perché il corpo è, forse, tutto quello che abbiamo. Indaghiamo il mondo attraverso i sensi e questi sono legati al corpo e il corpo restituisce anche segnali di scarsa adattabilità alla vita. Esistono cose più gravi del perdere sangue dal naso, certo, ma questo è un romanzo e, in determinate epifanie, sentivo che il corpo di Jacopo aveva un rifiuto, che era un corpo ostile. E poi mi piacciono i personaggi fragili perché sono pieni di crepe e mi danno più possibilità.»

Il padre e la madre di Jacopo sono animati da due forze opposte: una forza salvatrice e una forza distruttrice. Un’antinomia che si riflette molto bene nel linguaggio usato dai due personaggi, soprattutto durante i loro frequenti litigi. Se il linguaggio materno si identifica con la colta lingua italiana, quello paterno, invece, coincide con il dialetto napoletano. E, Jacopo, per imitare la madre, sceglie “l’unica lingua che avrebbe parlato per tutta la sua vita”. Così, la lingua italiana diventa per Jacopo un modo per prendere le parti della madre e, parallelamente, un espediente capace a  nascondere il posto dove è vissuto. Ma, dal momento che il dialetto napoletano è “una lingua perfetta per la collera”, Jacopo si trova sprovvisto di un lessico capace di esprimere rabbia e desiderio sessuale.

Una rabbia e un desiderio sessuale che emergono a partire dagli anni delle medie, quando Jacopo, che ha trascorso gli anni dell’infanzia in compagnia di sole donne – bambine, suore, la madre, la nonna – comincia a confrontarsi con figure maschili che lo sollecitano a mostrare la virilità. Quella presunta virilità che viene attribuita, in maniera obsoleta, alla figura maschile. Jacopo dimostra, però, come la vita non è “guidata” dalla figura maschile ma è spesso la donna a condurre le redini. Non a caso, Jacopo ha difficoltà a guidare, parcheggiare … 

 

«Sulla questione della lingua, Napoli non è polarizzante, non ti chiede di scegliere se utilizzare il dialetto o l’italiano. Non c’è una regola che ti posiziona da una parte o dall’altra a seconda della lingua che scegli di parlare, anche perché spesso le due lingue vengono utilizzate assieme, a seconda dei registri emotivi. Credo, per esempio, che il dialetto funzioni meglio per il comico e il tragico, forse perché è una lingua più antica e connessa con la città e Napoli ha quel tipo di storia, magari per un’altra città è diverso. Jacopo sceglie perché è un personaggio monolitico e ha bisogno di schierarsi con uno dei due genitori e di adottare anche la sua lingua ma, nella realtà, non succede così.  Per quanto riguarda le donne, il romanzo ne è pieno, sono le figure forti, quelle che guidano e seducono Jacopo. Non c’è conflitto di genere né competizione ma la necessità di Jacopo di essere accettato e amato da tutte le donne che incontra. È un suo limite ma anche la ragione del romanzo.»

 

Il tuo libro è ambientato a Napoli: Jacopo, dopo aver vissuto in casa della nonna, nel ricco quartiere del Vomero, si trasferisce con la madre nel Rione delle mosche e, qui, la realtà economico-sociale è ben diversa. Il Rione delle mosche rappresenta “un ambiente degradato, un esperimento sociale fallito”. A differenza dei racconti di Anna Maria Ortese, la tua Napoli è una Napoli bagnata dal mare ma è quasi come se la città non ci fosse. È come se Jacopo non riconoscesse il luogo in cui è cresciuto come facente parte della città partenopea. Infatti, solo quando andrà alle superiori capirà di aver sempre vissuto in città.

 

«A San Giovanni a Teduccio, il quartiere che incapsula il Rione delle mosche, c’è il mare, anche se non si vede mai nel romanzo. La periferia è un luogo distante, almeno socialmente, dal centro città e a Napoli, ma credo in tutte le grandi città, crea un microclima narrativo molto interessante. È come raccontare dal punto di vista di un satellite e, quando scrivo, l’idea di distanza è fondamentale, perché mi permette di alterare e ingigantire i fatti. La distanza sociale tra il quartiere di provenienza di Jacopo e sua madre, nonché quello di destinazione, è veramente enorme e sembra che si viva in due stati. A Napoli basta cambiare linea di metropolitana e ti trovi in due città differenti. Se lo vuole sapere, credo che dovrebbe essere fissato uno standard minimo di vivibilità e garantire almeno i servizi e le condizioni minime. Ma qui divento noioso e banale. Forza Napoli!»

 

Ringrazio l’autore per aver risposto alle mie domande.