Elogio della cultura: Giuseppe Laterza dialoga con Laura Pepe e Alessandro Barbero

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Non sono i Måneskin ma l’accoglienza è da concerto rock. Non sono dei calciatori ma l’esultanza tra il pubblico è quella di uno Scudetto vinto. Al Salone Internazionale del Libro di Torino, in un auditorium gremito, appaiono tre ombre che non sono in cerca d’autore ma di ascoltatore. Potrebbero essere dei protagonisti di un TEDX o di una presentazione del nuovo smartphone ma le loro skill comunicative non sono solo fumo. Dietro, vi sono anni di ricerca, di studio, di lavoro e di amore per il proprio mestiere. Sul divano centrale, si posiziona Giuseppe Laterza che nell’evento “Il mercato del libro nei primi quattro mesi del 2022”, invece che parlare di freddi numeri, parla di libro come coesione sociale, in particolare nel mezzogiorno; alla sua destra Laura Pepe, professoressa associata all’Università degli studi di Milano, antichista, storica, latinista, grecista ma anche e soprattutto divulgatrice. A dialogare con loro e con il pubblico in trepida attesa v’è Alessandro Barbero, lo storico e accademico che non è sui social ma che sui social ha un seguito di milioni di persone che seguono gli argomenti di storia e di cultura come incantati dalle note del professore. I suoi libri, così come le sue lezioni, affrontano la Storia contestualizzandola da ogni punto di vista, senza tralasciare niente. Dopo aver scrutato il pubblico e il suo lungo applauso, quasi commosso, dice: «Per tutti quelli che amano la cultura è una cosa meravigliosa». 

La professoressa Pepe specifica la differenza tra gli incontri in presenza e sullo schermo: «Io vedo gli occhi di tutti e si intercettano le sensazioni anche con la postura del corpo. Il relatore non deve gradire e ascoltarsi ma cercare di capire se quello che sta dicendo sta entusiasmando e modulare in base a quello. Rispetto allo schermo, in cui è riflesso il proprio nome o il proprio volto, in presenza si fa passare la poesia. Poi non bisogna essere drastici, perché fortunatamente Internet, nel momento in cui eravamo chiusi in casa, ci ha salvato e ci ha permesso di comunicare con il mondo esterno. Con un pubblico vero, che tu guardi, è tutta un’altra cosa». 

Alessandro Barbero è convinto delle parole della collega e aggiunge «che per lo storico non cambia ma a livello umano sì. Con le scuole ho fatto diversi incontri e posso dire che, anche a distanza, le classi ti stanno ad ascoltare con lo stesso trasporto, con le loro mascherine, emozioni, le piccole ansie dovute alle domande da fare. Il lato umano rimane comunque, qualsiasi sia la circostanza»

Dopo la presentazione dell’editore Laterza, Laura Pepe racconta un aneddoto sull’importanza della divulgazione: «La mia prima lezione universitaria è stata un disastro e dovevo dimostrare tutto il mio sapere a 23 anni. Capii di dover cambiare il mio linguaggio, perché i contenuti erano giusti ma bisognava rendere piacevole la lezione, la comunicazione. Bisogna mettersi in gioco, perché in Italia non ti viene insegnato come comunicare, al contrario dei paesi anglofoni  che insegnano il public speaking, che altro non è che l’evoluzione della retorica ma con un nome più sexy. Anche se semplificare non è così semplice».

Anche qui il professor Barbero concorda: «Quando sei sollecitato a comunicare in modi diversi rispetto a quelli classici del nostro mestiere, la cosa più importante da imparare sono i tempi e gli spazi. Vinsi il Premio Strega con un libro storico ma il giornale per cui scrivevo mi chiese di scrivere 80 righe di articolo; cercare di dire tutto quello di cui parlava il mio libro in così  poco spazio si dimostrò un’impresa impossibile per me. È in televisione che capisci la necessità di saper gestire il tempo, di stabilire un ritmo. A 23 anni ero in scambio a Parigi con la Normale di Pisa a fare seminari. In uno di questi ho dovuto presentare la mia tesi “il mito angiolino” e ho dovuto presentarlo in francese. Dopo due ore non ero neanche a metà del mio intervento, fu lì che capii che dovevo imparare a gestire i tempi». 

Nonostante le centinaia di ore di studio, in Italia si crede che chi fa divulgazione non faccia ricerca. Eppure, solo perché si finisce in televisione a parlare, non vuol dire che dietro non ci siano state letture e studi accademici. Soprattutto perché, come sottolineato dai presenti, uno studio accademico allo stato bruto è impresentabile e bisogna modularlo per il proprio pubblico. 

Tra i diversi argomenti di carattere storico ve n’è uno che sollecita sempre il pubblico. 

«Chi fa fiction, quanto si deve preoccupare della storia, quanta differenze intercorre tra fiction e storia? Possono essere discusse le opere di fiction anche dal punto di vista storico, aprendo una nuova chiave di lettura, forse più profonda, che va al di là  dello stile?» chiede Giuseppe Laterza tra i sorrisi dei suoi divulgatori. 

«Secondo me è un punto di vista sbagliato» spiega Laura Pepe «Perché la finalità della fiction è quella di divertire le persone, appassionarle. Io credo che ci siano ovviamente dei limiti nella finzione: un conto è che in un opera di fiction compaiano cose innocentemente anacronistiche — come nel caso di Bridgerton che vede uomini e donne di etnie diverse approcciarsi gli uni gli altri senza pregiudizi e intolleranze —- diverso è, invece, se la fiction finisce per dipingere qualcosa di dannoso per la società: proponendo un modello di fascismo edulcorato e privo di violenza ad esempio e quindi, facendo passare per giusto qualcosa di radicalmente sbagliato, soprattutto dal punto di vista morale». 

Su questo argomento concorda anche Alessandro Barbero. «In letteratura chi crea un opera di fantasia ha il diritto di fare tutto quello che vuole. Se uno scrive un grande romanzo in cui esalta lo sterminio degli ebrei, è concepibile che rientri nella storia della letteratura, eppure non è escluso che lo stesso libro venga bandito e il suo autore posto sotto processo in molti paesi. Modificare personaggi storici dal punto di vista caratteriale ed emotivo— scegliendo, ad esempio, di dipingere un tormentato e omosessuale Leonardo da Vinci, come è già successo nella fiction a lui dedicata— è lecito: infondo come potevamo sapere come fosse in realtà? Il fatto è che, a volte ci sono diverse versioni della storia, diverse possibilità aperte e pertanto non si può dire con certezza cosa sia la verità. Questo è un altro dei motivi per cui trovo che la storia sia divertente».

«Ed ecco perché» conclude Barbero «mi appassiona ancora».