Attraverso Lansdale: tra libertà d’estro e il coraggio di andare a fondo

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Senza girarci troppo intorno, ammetto - in totale onestà - che questo articolo mi ha dato del filo da torcere; quando uno scrittore ti piace molto, quando ai suoi libri devi una parte, anche piccola, del tuo carattere e della tua personalità, è molto complesso raccontare la breve presentazione della sua ultima opera senza che emergano altre strade da voler seguire, altri percorsi che ti inducano a divagare, ad addentrarti più a fondo nelle macro-tematiche di cui egli tratta e alle quali tieni così tanto. 

L’evento di questa domenica riguardava la sua ultima pubblicazione, focalizzandosi quindi sulla nuova storia, ma non posso nascondere quanto sia forte la tentazione a distaccarmi da questa concretezza, per approfondire tutti i temi che a me e lui sono più cari: il razzismo, la segregazione, la crisi americana, la società degli anni ’50.

Il nuovo di libro Joe R. Lansdale si intitola Moon Lake, edito da Einaudi, e la presentazione si è svolta durante il Salone Internazionale del libro di Torino, in un clima di fermento culturale indescrivibile. Sarò sincera, non credo sia una delle sue opere migliori. Però è innegabile che sia in pieno stile Lansdale: i temi rappresentati sono gli stessi di tanti altri suoi libri precedenti, così come i personaggi e l’ambientazione, il contesto storico.

Fa piacere ritrovare il solito giovane protagonista che si destreggia tra una crescita troppo veloce e un’infanzia perduta in seguito ad un trauma o una scoperta, mentre la società intorno a lui si adatta lentamente al cambiamento, reiterando dinamiche dure a morire. 

Siamo nel Texas orientale quando la vicenda ha inizio, nel 1968, con il tentato suicidio da parte del padre di Daniel, appena quattordicenne, verso sé stesso e il figlio; quest’ultimo si salva, riemergendo dal lago illeso, mentre il padre affonderà insieme alla macchina, lasciando dietro di sé un mistero che il giovane dovrà risolvere più di dieci anni dopo.

Come ho detto, dinamiche già viste, anche qua raccontate da Lansdale in modo eccelso, fedele al suo stile onesto e sincero. Il fatto che l’opera non sia all’altezza di altre significa solamente che sarà difficile, per lui come qualsiasi altro, eguagliare la bellezza di capolavori come In fondo alla palude (2000) e La sottile linea scura (2002).

Il legame tra l’autore e la propria opera è una questione ricorrente nella critica e in letteratura, come nel dibattito pubblico; vi sono esempi di autori in grande simbiosi con la propria produzione, e altri totalmente distaccati da questa, come a volerne prendere le distanze. 

Lansdale è un caso particolare. Durante la chiacchierata con Davide Longo, interlocutore equilibrato e affabile, che mantiene con lo scrittore un’ottima chimica per tutta l’intervista, Joe scherza molto, mostrando una dose di energia che senza dubbio farebbe invidia a tanti altri settantenni. Sembra proprio di vedere la personificazione della sua scrittura. È un uomo modesto, di un’intelligenza brillante, che gli garantisce profonda consapevolezza di sé senza dover sfociare nella boria e nella superiorità, mantenendo una semplicità costante e serena che infonde tranquillità. Arriva sulla pedana, si siede, parla con rilassatezza, firma le copie dei fan con un serafico sorriso, risponde allegro alle domande dei giornalisti.

Ecco, a voler trovare un legame tra Lansdale e i suoi libri - e voglio farlo - mi sento di poter dire che il primo è proprio la semplicità; una semplicità che non supera mai il confine della banalità o della pochezza ma che si traduce nel quotidiano dell’autore sotto forma di abitudini (le lezioni di arti marziali, la lettura di libri e la visione di film e serie tv) e che, allo stesso tempo, si può ritrovare nei suoi libri: nello stile scarno e diretto (ma sempre attento a garantire il giusto livello di dettaglio al lettore), nelle condizioni di vita dei personaggi, nei dialoghi e nelle azioni. Tutto è improntato alla cesura, al pensiero veloce, scaltro e sveglio, senza infinite e prolisse introspezioni.

È una scrittura americana, in linea con i grandi romanzieri della prima metà del Novecento come Hemingway e Steinbeck, tanto amati anche dallo stesso Lansdale (per esempio, ho percepito molto di Uomini e Topi di quest’ultimo, in opere come Tramonto e polvere.)

Il pensiero e la riflessione sono sempre presenti, in Joe come nei suoi personaggi, soprattutto quelli giovani, ma c’è poca premeditazione e molto impulso; una costante, tuttavia, è la scaltra intelligenza e brillantezza dei protagonisti, che quasi sempre riescono a vincere le proprie battaglie e sconfiggere “il male” rinunciando, però, ad un lieto fine totale e ritrovandosi, in fondo, senza tutte le risposte che cercavano. Insomma, un buon rapporto dicotomico tra dolcezza e amarezza.

Altro filo rosso che lega profondamente l’autore con i suoi libri è senza dubbio la libertà; a grandi linee, questa si può associare all’immaginario del sogno americano in cui egli cresce e che sfrutta, appropriandosene con orgoglio e soddisfazione; come racconta durante l’intervista, infatti, nasce in una famiglia molto povera ma, tuttavia, riesce ad arrivare al successo grazie alla sua scrittura.

Quelli sono anche gli anni di tante altre rivendicazioni sociali, la fine della segregazione, la rivalutazione del ruolo della donna, il divario economico e la differenza profonda tra ricchi e poveri, l’insofferenza dei paesi del sud verso il governo centrale di Washington (il Texas di Lansdale, infatti, è una vera e propria immagine mentale, specchio sociologico molto accurato di un periodo storico non troppo lontano).

Tutte queste declinazioni del concetto di libertà (conquistate spesso a fatica) si accostano a qualcosa all’apparenza più banale ma fondamentale per la creazione dei libri; durante l’intervista, infatti, Joe racconta il proprio processo di scrittura, divertendo la sala con l’atipicità delle sue risposte.

Egli lavora solo tre o quattro ore al giorno e ogni libro richiede pochi mesi; non costruisce trame o sinossi a priori ma lascia che la storia arrivi da sé durante la scrittura, tornando in seguito sulle bozze per piccoli aggiustamenti, seguendo un flusso estemporaneo di pensieri e ispirazioni, sensazioni e percezioni. 

Lansdale rimane per tutta l’intervista, forse inconsapevolmente, su una linea metaforica legata all’acqua e alla profondità; tralasciando il lago, protagonista del nuovo libro e spazio inquieto, affascinante e infido allo stesso tempo, luogo adibito a nascondiglio di peccati e crimini, un'altra figura viene fuori durante la conversazione: ilpozzo.

Con perfetta maestria e grande naturalezza, l’autore delinea un’immagine perfetta, che colpisce molti in sala; come già ripetuto, egli non programma una storia a priori ma si lascia pervadere dalle sensazioni estemporanee. Quando la notte va a dormire “il pozzo si riempie”, così che la mattina, tirando su il secchio, questo sia pieno d’acqua (e di idee). 

Il legame quasi invisibile tra pozzo, profondità e abisso, lago e invenzione, creazione di storie, è affascinante e ammaliante, e rispecchia eccellentemente la sua scrittura.

Inoltre, Lansdale spazia tra i generi a proprio piacimento, da horror a romanzo di formazione, senza curarsi di ciò che desidera il pubblico o di cosa potrebbe pensarne la critica. «Siamo noi la musa di noi stessi» - esorta ad un certo punto- «il giorno in cui si è meno ispirati non vuol dire che si scriverà peggio, sentirsi in modi diversi non cambia la qualità. Io non so più di altri cosa faccio quando scrivo, cerco solo di fare il meglio che posso ogni giorno». 

Insomma, esiste un metodo lavorativo più libero di questo?

Durante gli ultimi minuti, al momento delle domande dal pubblico, prendo coraggio e gli chiedo quale sia stata l’emozione dominante durante la scrittura dei due libri più belli, In fondo alla palude e La sottile linea scura; la risposta che ricevo è piuttosto lunga, tuttavia, un termine emerge più di altri: nostalgia.

Questa l’emozione principale, nostalgia per un periodo dell’infanzia (gli anni ’50) in cui tutto sembrava facile e più bello m,  semplicemente, perché vissuto da bambino, senza preoccupazioni e con tanta spensieratezza. Per questo, mi dice, il passato sembra migliore: perché è un ricordo.

Lansdale non cerca la delicatezza; a volte è diretto, volgare, materiale, cinico. Ma la ottiene nell’impatto che il libro ha sul lettore: non come una carezza, non come un cazzotto, bensì come una presenza stabile, serena e onesta accanto a te. 

Ormai da anni ho l’impressione, quando leggo i suoi libri, che questi siano scritti da un amico intimo, che mi conosce bene e resta sempre sincero mostrandomi la realtà delle cose, non per cattiveria ma per amore della verità.