Una storia che racconta la Storia

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«Come fa un ricordo a diventare memoria?». Questa la domanda fondamentale dell’incontro con Paola Cereda al Salone del Libro di Torino. La scrittrice ha presentato il suo ultimo libro pubblicato da Giulio Perrone Editore La figlia del ferro: una storia di corpi, di gioventù e di donne forti; ma anche il racconto di un ricordo inglobato dalla Storia di una guerra scritta, come sempre, solo dai vincitori. Insieme alla guida esperiente della giornalista Sabina Mirandi, l’autrice ha regalato ai presenti un prezioso momento di riflessione sul ruolo della letteratura e sul suo dovere di essere portatrice di memorie. 

Il libro di Paola Cereda è ambientato sull’isola d’Elba, a cavallo tra il 1943 e il 1944; ci troviamo, quindi, in un momento cruciale della Seconda Guerra Mondiale per l’Italia; un periodo storico in cui sul territorio si scontravano truppe di ogni provenienza geografica. 

Ma, all’interno di questo libro, la Storia funge solo da sfondo alla storia con la s minuscola: quella che vede come protagonista Iole; lei è una ragazzina libera, quasi sfrontata, pronta a lottare per affermare il suo diritto ad essere libera. 

Iole non è solo il personaggio di invenzione di un libro, l’autrice, infatti, si è ispirata ad un racconto del suocero che ricordava di questa ragazza, Olimpia; ma in Iole ha voluto racchiudere le storie di tutte le donne che sull’isola d’Elba sono diventate corpi, vittime non morte di una guerra che fino a quel momento non era stata la loro. 

Ma poi di chi è la guerra? Non certamente di Ibrah, il soldato senegalese dell’esercito francese che ha scontrato il suo corpo con quello di Iole; la guerra non è di nessuna delle persone che la vivono in prima linea, si tratta solo di un evento, forse voluto da qualcuno che non la combatterà mai ma che, inesorabilmente, travolge le vite umane, lasciando con sé fantasmi e cicatrici.

Proprio qui entra in gioco la bravura di Paola Cereda, con la sua risposta pronta alla domanda iniziale: è proprio la letteratura che riveste un ruolo fondamentale nel far diventare un ricordo parte della memoria collettiva; chi scrive ha il potere di prestare le parole a queste storie che solo così hanno la possibilità di farsi sentire in tutta la loro potenza. 

La scrittrice è molto chiara su questo punto: il suo mestiere è quello di riuscire a trovare il modo giusto con cui raccontare queste storie. Esattamente per questo, ha sottolineato più volte la fatica, anche fisica, che sta dietro alle attività di stesura dei suoi romanzi; il lavoro di ricerca, di approfondimento sul luogo, il dover far combaciare le informazioni dei libri con i racconti degli anziani e quindi, anche la necessità di secernere il vero storico dal vero narrativo. 

Tutto questo delinea la professionalità e l’estrema umiltà con cui Paola Cereda si è approcciata alla scrittura del suo nuovo libro, che può essere definito un romanzo storico proprio per l’esattezza e la cura dei dettagli che lo caratterizzano. L’autrice si è rivolta ad esperti di storia allo stesso modo con cui ha intervistato donne e uomini anziani di Portoferraio, il paesino in cui si svolge la vicenda di Iole. 

Una riflessione molto interessante, a tal proposito, riguarda proprio il rapporto che la scrittrice ha con il suo personaggio; servono mesi o anche anni per scrivere una storia così poco raccontata e la Cereda ha ammesso che Iole è stata una presenza persistente nei suoi pensieri, in momenti anche molto particolari in cui, forse, le ha fornito degli occhi diversi con cui guardare la realtà. Questo, ad esempio, è accaduto durante il COVID-19, quando le immagini dei carri armati ricolmi di bare hanno colpito nel profondo l’opinione pubblica. L’autrice ha ammesso che, in quell’esatto momento, stava scrivendo questo romanzo e le è ritornata in mente una delle storie che aveva sentito dagli abitanti dell’isola: il racconto di un padre che aveva recuperato il cadavere del figlio morto sotto le macerie e l’aveva riportato a casa su un carretto per celebrare qualcosa di simile ad una cerimonia funebre. 

Da questo evento è nata una nuova riflessione che riguarda l’inesorabilità di una morte collettiva che ha invaso le vite di ognuno, stavolta con un virus ,ma tante altre volte prima, attraverso le guerre. Nello specifico esiste un alone ancora più tragico in queste morti perché, come ha affermato l’autrice, risalta ancora di più la «solitudine di una morte collettiva». Durante una guerra, così come durante la pandemia, infatti, i grandi numeri hanno inghiottito il singolo, non si dà più la stessa dignità alla dipartita di una persona, come era accaduto per il padre, non esiste il momento di commiato, il diritto a lasciare questa terra circondati dai cari, si diventa numeri nei report quotidiani delle 18.00 o nomi negli archivi di una biblioteca.

La storicità di questo romanzo è rappresentata nelle descrizioni del paesaggio. Il paesaggio, infatti gioca un ruolo chiave, perché esso è stato protagonista sia della storia di donne come Iole, sia della Storia raccontata nei libri di scuola e negli articoli di giornale. Paola Cereda ha confessato che è stata ispirata da una sua insegnante universitaria che ha donato ai suoi allievi una particolare abilità: quella di saper osservare e capire un paesaggio. Un luogo non è solo fisico, un luogo sono le persone che ci vivono, sono i fatti accaduti che lo hanno segnato, sono i ricordi della comunità che continua a rivivere le tradizioni. 

I romanzi di Paola Cereda sono disseminati di luoghi e di ricordi che con grazie alla sua bravura hanno ottenuto anche solo la possibilità di diventare memorie. Adesso, Iole e la sua lotta hanno la possibilità di camminare con i loro piedi all’interno dell’immaginazione di ognuno dei lettori de La figlia del ferro.