"Memoria delle mie puttane": la presentazione di Carlotta Vagnoli al Salone Internazionale del Libro di Torino

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Remedios e Pilar di Cent’anni di solitudine. Sono questi i punti di partenza di Memoria delle mie puttane allegre, il nuovo libro di Carlotta Vagnoli, edito Marsilio. Content creator e attivista nonché divulgatrice sui temi riguardanti il linguaggio, gli stereotipi e la violenza di genere, Carlotta, per raccontare la dicotomia “santa-puttana” — in quanto modello fondativo dell’Occidente — parte dalle famosissime donne di Gabriel José Márquez, sovvertendo il modo con la quale sono state guardate fino ad ora. 

L’infanzia, in questo libro, è il motore di tutto. Carlotta Vagnoli nasce vicino a un castello ma non pensa mai di diventare una principessa come tutte le altre bambine, la sua immaginazione non si incastra nell’immagine sognante di una regalità dorata, bensì si nutre di donne con la quale instaura una sorta di dialogo; donne come quelle di Márquez, le quali costruiscono e descrivono quello che diventerà il suo immaginario femminile e femminista.  

«Parlare con Teresa Ciabatti é stata una terapia», dice la Vagnoli, «quasi un trauma a dire la verità. Prima mi confrontavo sempre con persone che non mi rappresentavano mai, soprattutto da ragazzina. Le principesse non si mescolano con la popolazione. Tutte le donne nella quale parlo nel libro, invece,  sapevano comunicare in un modo completamente diverso, in modo focoso, quasi maschile. Nonostante io credessi di essere una chiacchierona, in realtà, ero molto taciturna e forse, queste donne così grandi, esuberanti, le ammiravo proprio per questo. Le donne di Márquez ridono  rumorosamente, sono delle vere caciarone. Quando sono diventata io quel tipo di persona, distruggendo il mio silenzio, ho dato loro tributo. Mi hanno ispirato quando non sentivo di avere una voce; loro l'avevano e per questo sono loro grata». 

Carlotta Vagnoli dà dignità alle donne di Buendía. Loro sono le figlie di quell'oppressione  tipica delle famiglie patriarcali, quella dei nostri padri, dei nostri zii. I personaggi del romanzo, infatti, sono tutti reali. «Le persone sono andate a cercarle davvero le mie donne, dimenticando, per un momento, il classico turismo. E questo mi ha colpito moltissimo. Quando ci si reca a Macondo si ha l’impressione di andare in un luogo che non c’è, dimenticato nel tempo e, per una volta, é stato bello che non si sia parlato di vino o della Gherardesca. Si è parlato, invece, di donne; di donne semplici, di paese, che non appartengono a una famiglia dinastica e che non hanno fatto niente di storicamente rilevante, se non esistere. E a volte, esistere basta». 

Ma quanto é importante avere una voce? Quando realizziamo di averla? Quando abbiamo il coraggio di metterci in gioco di essere contraddette e contraddire? E quando lo facciamo, cosa succede?

«La donna che prende voce è una donna scomoda» risponde la Vagnoli, un sorriso sghembo a piegarle gli angoli della bocca. «Ne è un esempio Michela Murgia, che da tempo combatte per tutte le donne, mettendoci la faccia. La donna viene sempre definita isterica quando reclama i suoi diritti, quando parla, quando ha una voce e non ha paura di usarla. L’altro giorno, quando in taxi ho provato a ribattere, con i miei soliti toni “gentilissimi”, al tassista palesemente omofobo, mi è stato detto “Signorina, cosa ha mangiato stamattina? La vedo acida”. Il punto è proprio questo, al giorno d’oggi, una donna che usa la sua voce non solo viene vista come acida, ma proprio come “pericolosa”. Ma sapete che vi dico? Ben venga essere pericolosi se vuol dire non rassegnarsi al silenzio». 

Un silenzio simboleggiato anche dalla pineta di Castagneto Carducci, il paese caro all’infanzia dell’autrice; un luogo che pare non avere confini, coperto di alberi talmente fitti da non far passare la pioggia. La pineta chiude il paese, conservandolo in una bolla näive, quasi da fiaba, eppure lo isola, allontanandolo dal mondo esterno.  E l’isolamento non è mai una cosa positiva, nemmeno quando è travestito da favola. È la nonna di Carlotta a mostrarle la prima grande verità sullo stare chiusi. «Era una donna della quale si raccontavano tantissime cose diverse, una donna bellissima sposata a un uomo estremamente possessivo. Lei è stata quella che si dice la  vittima di una gelosia cieca, il più grande strumento oppressivo del patriarcato. Mia nonna poteva andare solo in chiesa e non usciva di casa se non per fare la spesa che, oltretutto,  faceva con i soldi che le contava il marito. Tutti le dicevano che era così bella perchè non aveva fatiche sulle spalle e tutto ciò che faceva tutto il giorno era guardarsi allo specchio. Stare chiusi in casa, però non è una cosa semplice come sembra. Una volta finite le faccende domestiche e dopo essersi occupata dei bambini, infatti, che cosa avrebbe dovuto fare? Non le rimaneva niente, se non guardarsi allo specchio, come Iselda di Márquez. Nel microcosmo della tua casa, quando il tuo corpo è tutto ciò che hai, che altro fare se non prendersene cura?»

Il corpo, quella parte così intima di noi che a volte ci viene spacciata come una colpa, un fardello, qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi, perché quando si tratta di donne non ci sono vie di mezzo tra “santa” e “puttana”,  in Occidente e non solo. «Non l’abbiamo mai superato questo pregiudizio, questa dicotomia che non è mai stata e mai sarà vera. Quando ero ragazzina avevo paura che pensassero sempre male di me, per cosa facevo, per come mi comportavo. Mi ricordo ancora quando un giorno, sul muro della scuola,  — che all’epoca era come il feed di Instagram o la home di Facebook — ho visto il mio nome, accompagnato da una dicitura: “Vagnoli troia”. Mi ricordo che era scritto con una calligrafia bellissima e io ho sempre pensato che era un vero controsenso, anche dal punto di vista visuale.  Come poteva una cosa così terribile essere scritta  in maniera così bella?» 

Il punto è che la nostra stessa società è un controsenso, « tutto ciò che è appannaggio delle puttane, infatti, e anche ciò che tutti quanti gli uomini ammirano» afferma sicura la Vagnoli, e il suo sorriso si accende di ironia un po’ amara. «Ma le donne di Buendía non sono solo personaggi piatti. Loro incarnano in modo trasversale tutti gli aspetti di un essere umano: sono donne ma sono prima di tutto persone, esseri che incarnano qualcosa di universale. Non sono né sante né puttane, sono come me, come noi. E di loro hanno sempre detto che sono delle “rompi coglioni”. Si tratta, ancora una volta, di uno stereotipo di genere; stereotipo che applichiamo a tutto, anche ai personaggi di finzione come loro. Le donne di Márquez sono il motore della sua opera, sono loro la miccia che fa partire tutto, anche quando stanno a casa a guardarsi allo specchio, é sembra che non facciano nulla. Cosa ci dice questo? Che abbiamo sempre dato poco spazio alle donne ma le donne di Gabriel José Márquez se lo prendono comunque, facendo della loro vita quotidiana, una vita politica. Le categorie marginalizzate lo fanno spesso, anche solo esistendo, creano rivoluzioni. Le donne di Cent’anni di solitudine sono una dimostrazione del fatto che abbiamo ignorato le donne per secoli. Le donne della storia che vengono ricordate sono donne con una voce, infatti – è vero –  ma si tratta pur sempre di donne come Giovanna D’Arco che, tuttavia, essendo come un maschio tra i maschi era considerata tale».  

La bella notizia è che, nonostante tutto – nonostante la chiusura  e il contesto sociale ristretto – la provincia ti consente accettazione della non conformità dei comportamenti e quindi, quello che sembra apparentemente un nido oppressivo è un luogo di libertà, un nido dalla quale spiccano il volo donne che, come Carlotta Vagnoli, le loro ali, decidono di non nasconderle mai.