Il nostro Salone: storie di maestri e di professori

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Se me l'avessero detto prima li avrei presi per pazzi. Non potevo crederci. Lunghe file, applausi indomabili e l'Auditorium stracolmo. Alberto Angela si prende la scena al Salone del Libro di Torino. Non che sia strano vedere un tale seguito considerando che è riuscito a battere diversi record con le sue trasmissioni, spesso in prima serata, spesso in concomitanza con le partite di calcio. Considerando i suoi oltre trecentottanta mila seguaci su Instagram non dovrebbe essere ambiguo assistere ad una ressa tale da lasciare fuori dalla sala centinaia di fan. Eppure dopo l'anno passato, dopo la pandemia, dopo tutte le persone perse -  spesso confrontate dallo stesso Angela come le persone che persero la vita nel grande incendio di Roma al tempo di Nerone – non avrei mai pensato di vedere delle file così lunghe per giovare dell'ascolto diretto della personificazione della cultura. 

Alberto Angela ha definito quella platea gremita come «il meglio del nostro futuro» e non si può non essere d'accordo con lui. Spesso si avverte nell'aere del Paese come se si fosse perso il senso dell'orientamento, con la solita retorica della vecchia generazione che critica la nuova, con la dialettica che i social media abbiano "rincitrullito" gli adolescenti e con gli stereotipi sulla cultura che tutti ben conosciamo. Quelle file estenuanti sono lo spot migliore da mostrare a chi dice che in questo Paese non «esiste più religione», e forse ha anche ragione perché quelle migliaia di persone presenti in Auditorium così come agli stand hanno una fede diversa, una di quelle che non sprona a farsi le guerre in nome di chissà chi ma di quelle che stimolano al continuo miglioramento. Alla conclusione della presentazione de "L'inferno su Roma" (HarperCollins)  Alberto Angela ha dichiarato tra gli applausi che «forse è ritornata la luce dopo l'incendio» e il Salone del Libro è stato il sole di questa Vita Nova. 

 

Se credeva di avere tutta la scena per lui non aveva ancora fatto i conti con la rockstar della storia medievale, il Professor Alessandro Barbero che durante la presentazione di "Dante" (Laterza) ha raggiunto un gran numero di spettatori, tanti da dover annullare il firma copie alla fine. Coloro che hanno avuto l'opportunità di ascoltare le sue parole, hanno anche tratto grandi insegnamenti dai suoi aneddoti di autore di diversi anni prima e delle sue esperienze editoriali con lo stesso Laterza presente a discorrere con lui. L'attenzione si è ovviamente poi mossa verso Dante, «il collante della nostra identità», a cui non ha risparmiato qualche critica in merito al suo atteggiamento moralistico. 

 

Era presente anche il Maestro, non dei libri ma degli aneddoti, Carlo Verdone che presentava il suo "La carezza della memoria" (Bompiani) aprendo dallo scrigno di Pandora della sua Roma, della Roma degli anni Sessanta e Settanta, i suoi ricordi, i suoi oggetti, le sue fotografie. Dirà nel corso della presentazione che questo libro gli appartiene più dei suoi film e che in questo c'è tutto il suo Io: «non l'ho scritto tanto per scriverlo». Verdone è un fiume in piena, troppo anche per Giannini che prova a guidarlo tra le pagine della sua vita  dove si scorgono storie strappalacrime, amori impossibili e quel velo di malinconia che avvolge tutta la sua forte aura. Non dimentica neanche di toccare con la sua consapevole ironia i temi dell'attualità riservando ai No Vax non poche battute, dopotutto «come si può parlare con chi crede che nel vaccino ci siano i microchip?». 

 

Presenza scenica, invidiabile penna e voce viva sono tra le caratteristiche di Maurizio de Giovanni che ha presentato "Angeli. Per i Bastardi di Pizzofalcone". Recentemente premiato con il Nastro d'Argento speciale per la scrittura è autore dei Romanzi del Commissario Ricciardi, de I bastardi di Pizzofalcone e di Mina Settembre: da queste opere sono state tratte le celebri serie televisive Rai. «Odio quando nei romanzi già nelle prime pagine riesco a distinguere i buoni dai cattivi. Questo perché è irreale. Nella vita nessuno è solo buono o solo cattivo. Ci sono delle fratture, delle problematiche, dei difetti che si possono risolvere in gruppo. Più coesa è la squadra meno le fratture sono pesanti. Questo è il senso dei bastardi. Più bastardo è un popolo più è sano, più è disponibile all'accoglienza. Io temo i puri perché sono fragili. Il bastardo che è conscio di esserlo è disponibile al miglioramento. I miei bastardi, sono perfettamente consapevoli di questo anche se nella fiction si intravede meno che nei miei libri».