Le stelle della solitudine ineluttabile

Scritto da

Sotto al cielo della notte splendente, in una nuova genesi anticipatoria del mondo che verrà, Kaze osservava rapito le lontane luci. Erano distanti, brillavano di una luce tenue, quasi timida, ma attendevano uno sguardo che potesse farle danzare.

Mizu vide l’amico, sdraiato, rivolto verso il cielo in quella che pensò fosse una silenziosa preghiera senza possibilità di risposta.

«Ci rincontriamo, dunque, alle pendici del giorno nuovo, alle porte di ogni sogno infranto e culla di quelli che verranno. La notte è splendida oggi, nessuna nube osa offuscare il cielo e la luce della dama notturna, così come le sue ancelle, nostre amate predilette: le stelle».

Kaze impiegò un attimo a girarsi e sorridere di rimando, inebriato da chissà quale visione.

«Mizu, amico mio! Quanto tempo sarà passato dall’ultima volta? Una vita intera, di gioie e sofferenze? O è stato solo un attimo illusorio, crocevia delle menti che errano senza meta, a dividerci? Non so… sotto le stelle e il manto nero, profondo e inaccessibile, anche il tempo mi pare di poca importanza».

Mizu si sedette accanto a Kaze, con grazia, quasi rispettoso verso il sogno ad occhi aperti dell’amico, quell’anima così affine e così distante. Dopo qualche secondo o svariati secoli, mentre il silenzio picchiettava dolcemente i loro spiriti, Mizu lo infranse, con dolcezza.

«Cosa vedi Kaze, stanotte? Quali stelle lontane ti parlano, sussurrando al cuore le verità insondabili dell’universo?»

«Pensavo alla solitudine, alla tragicità dell’essere solo. E m’interrogavo se, proprio in virtù di questa amara verità, non fossimo in un certo senso benedetti»,  rispose Kaze.

«Come potremmo essere benedetti, in un mondo dimentico di noi e da noi dimenticato? Il mio cuore anela all’altro, lo percepisco. Ma vi è una barriera immutabile, indescrivibile, come fatta di un velo sottile e impenetrabile… che mi concede lo sguardo sui cuori pulsanti che dimorano intorno a me ma preclude il toccarci, reciprocamente».

«Avverto lo stesso velo, come fosse poggiato docilmente sul mio cuore e gli impedisse di aprirsi totalmente all’altro, Mizu, amico mio».

«E dove sarebbe la benedizione di cui parli? La salvezza delle nostre anime è solo un miraggio, un sogno sognato eoni fa da un folle saggio che ci disse: “un giorno, fratello mio, sorella mia, non sarete più soli”.  Un sogno che divenne allucinazione di massa, illusione per pascolare le greggi perdute di anime, alla spasmodica ricerca di un’essenza che reputano mancante, ma di cui non conoscono forma, odore, amore», dichiarò Mizu

«Vedi, stavo riflettendo su questi temi gravosi, meravigliosi e abbandonati dai più quando mi venne in mente un’opera che mi fu molto a cuore, nella vita che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, oltre la notte stellata. Si chiamava “Donnie Darko”. E mentre pensavo, sentivo e ricordavo le emozioni provate, una stella lontana dalle altre, ha iniziato a brillare calorosamente» e dicendo ciò, indicò una stella che però, per Mizu, non brillava allo stesso modo.

«Mi ricordo di questo film, faceva parte della mia vita mortale. Fa parte della vita che non è sotto le stelle, quando il giorno chiama la luce imperante “verità”, spazzando via le incertezze dei nostri sogni più amati».

Mizu osservò il cielo, mentre pensava. Una stella, timidamente, decise di brillare, di offrire la sua essenza anche se solo per un attimo, mai totalmente comprensibile, eppure parte di noi. Come frammenti lasciati in disparte, all’inizio dei tempi, anelanti all’impossibile ricongiunzione.

«Mi hai chiesto, perché questa tragica solitudine che ci cantano le stelle sarebbe una benedizione? Le mie parole sono fallaci, misere e vuote, sebbene io tenti di colmarle con le mie emozioni senza definizione. Ma proverò a parlare, con te, per te. Cercherò, con questa mia voce spezzata, di toccare la tua. Forse, in ultima istanza, ci ricorderemo di quando erano un’unica cosa». 

Mizu rimase in silenzio, guardando la sua stella, in attesa dell’amico.

«In quel film lontano, eppur vicino, una verità sorge evidente: tutti gli esseri muoiono soli. La nostra vita, come quella di Donnie, è una preparazione incessante, caotica e incompiuta a quel salto nell’ignoto che la conclude. Bramanti di un riparo, come spiriti dannati ad un’esistenza di a-senso, ricerchiamo ciò che possa farci sentire meno soli. Ogni cosa che facciamo, ogni pensiero, ogni emozione è un tentativo di ricongiungimento all’altro che abbiamo perso. Falliamo, ogni volta, inesorabilmente. E ogni volta ritentiamo, consci dell’impossibilità»,  disse Kaze.

«La solitudine, quindi, è inevitabile?», chiese Mizu

«Si, caro amico, è inevitabile», rispose Kaze - «Eppure, come ti dicevo, l’impossibilità di un unico sentiero condiviso dai nostri spiriti è una benedizione». 

«Non riesco a capirlo, amico mio. Non vedo come questa spaccatura nei nostri cuori possa essere un bene, per noi uomini a metà che aneliamo ad essere uomini».

«Pensa al film, a Donnie. I 28 giorni prima che l’universo tangente crolli, non sono altro che una preparazione alla morte. E’ un’attesa che conduce all’oblio, all’irrimediabile fine che non concede risposte. In quel breve lasso di tempo, si ricongiunge alla famiglia, i cuori tornano a toccarsi, seppure per brevi istanti di panacea, che divengono già memoria nella mente umana. E poi, soprattutto, incontra l’amore». 

«Un amore consumato una notte e perso immediatamente dopo, se ricordi».

«Sì, hai ragione. Trovato e subito perso. Eppure, quella sola notte, il velo della solitudine si è squarciato. Per un solo fugace attimo, i cuori entrati in contatto, hanno riscoperto l’amore. Un amore che spesso dimentichiamo, lasciato sullo sfondo delle nostre vite tumultuose e frenetiche. Una via alternativa si è aperta, per un breve istante: una via sognata da quel saggio folle di cui parlavi, eoni fa. Possiamo dar valore a questi incontri di cuori, nel mare della solitudine umana, solo nel momento in cui ne sentiamo la mancanza, ne soffriamo l’assenza. Se fossimo tutti un solo spirito, una sola anima, senza aver possibilità di sentirci soli e bramare l’altro, credi che ne daremmo un così alto valore? Se chiedi a me, questa, è una benedizione. La benedizione dell’ineluttabile solitudine umana». 

«Eppure, Donnie, alla fine muore comunque solo»,  rispose Mizu. «Un’ultima risata e poi il nulla, la fine, il sipario che cala su una tragedia incompiuta». 

«Come sempre, amico mio, è difficile darti torto. Donnie muore, da solo, immerso in quella sua ultima risata, tragica e ironica allo stesso tempo. Ma ha scoperto, anche solo per un attimo, la possibilità di non essere soli, triturati da un universo indifferente». 

“Pensi che, in quell’ultima risata, in quell’ultimo refolo di vita che già abbandonava le sue spoglie mortali, abbia sentito… un sentimento di pace e serenità?», chiese Mizu.

«Lo vorrei credere, amico mio. Vorrei credere che il trovarci su navi solitarie al largo di un mare in tempesta, in attesa dell’onda che ci schiaccerà, non sia l’unico destino affidato all’uomo. Vorrei credere che, in quei piccoli, insignificanti momenti, momenti di enorme valore, in cui i cuori si toccano, si possa trovare un senso a questo indicibile senso di solitudine. Mi sopravviene una frase, dal mio passato: “E la morte non avrà più dominio”». 

I due restarono silenti, sdraiati ad osservare le proprie stelle. 

Come rami spezzati da venti impetuosi e sconosciuti… ma, forse, parte di uno stesso albero.