Lettera di una liceale del 2022

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Cari lettori,

Quella che state per leggere è una lettera difficile che arriva direttamente dagli antri più profondi di me. Per questa ragione, troverete un po’ di tutto tra queste righe: un po’ di malinconia, un pizzico di rabbia, qualche ricordo doloroso ma anche una buona dose di speranza. È stato complesso scriverla, ho dovuto rimettere insieme un po’ di pezzi ma, personalmente, ho sempre creduto nell’importanza di dare testimonianza, e su questo tema credo che sia in mio potere (e dovere) dire qualcosa. Dunque, eccomi qua.

È una lettera che parte dal cuore, in ogni singola parola.

Mi presento: vivo a Roma, ho diciotto anni e sono una studentessa all’ultimo anno di liceo. Siamo ormai a giugno e questi sono i miei ultimissimi giorni di scuola prima dell’esame di maturità. Un evento che per me segna un po’ l’epilogo di un viaggio che negli ultimi anni si è rivelato lungo e tormentato, pieno di insidie inaspettate. 

Alla luce di quelli che sono stati gli ultimi anni e del clima di incertezza che viviamo ancora oggi ne sono state dette tante sulla scuola: adolescenti chiusi in casa per due anni che hanno perso la voglia di studiare e di stare al mondo, stanchi, svogliati, abbandonati a loro stessi. Non sanno più scrivere un tema, non sanno più svolgere un esame, si sono persi per strada, hanno perso interesse, hanno perso l’abitudine all’impegno.

 

La scuola in questi due anni di pandemia non ha saputo svolgere il proprio ruolo, non ha saputo colmare il vuoto e ora se ne vedono le conseguenze. Un fallimento degli insegnanti, una generazione persa. Ne sono state dette tante in questi mesi, perfino da chi con il mondo dell’istruzione ha poco o niente a che fare. Ed è per questa ragione che sto scrivendo questa lettera oggi. Perché, per rispetto di chi sa come sono andati realmente questi anni, possiate sentire le parole di chi ha vissuto e vive la scuola di oggi in prima persona, ora seduto tra questi banchi, un anno fa dietro quegli schermi.

A marzo 2020 avevo sedici anni ed ero nel pieno del mio terzo anno di superiori. Del Coronavirus si parlava ormai da un paio di mesi, ma la notizia della chiusura delle scuole ci ha presi alla sprovvista. Inutile stare a precisare che lì per lì, per quanto confusi, eravamo tutti sollevati da quella decisione anche perché probabilmente nessuno si rendeva realmente conto della portata di ciò che stava succedendo. Si pensava ad una chiusura di un paio di settimane o un mese al massimo, invece è stata senza dubbio la primavera più strana della mia vita. Sì, strana, non saprei dare altra definizione, né in positivo né in negativo. Le sensazioni, immagino, fossero comuni a chiunque: si viveva un’atmosfera surreale. Di quei mesi ricordo solamente il silenzio, il sole di un aprile più caldo del solito e la solitudine che respiravo ogni giorno. In quelle settimane le lezioni erano poche e costituivano l’unico contatto che avevamo con il mondo esterno, l’unica possibilità di vedere altri volti, oltre a quelli dei familiari che vivevano con noi.

 

Se i primi mesi furono, piuttosto, un improvviso sconvolgimento della quotidianità, le vere difficoltà iniziarono l’anno successivo, con l'innalzamento della curva endemica e un orario scolastico insostenibile.

 

A settembre siamo tornati a lezione in modalità mista, il 50% della classe a scuola, l’altra metà in Didattica a distanza. Tale organizzazione, però, è fallita dopo meno di un mese. Per ogni contatto diretto o indiretto con un positivo scattavano quarantene di maggiore o minore durata, per tutta la classe o solo per metà, per alcuni professori o per tutti quanti. Per mesi c’è stata solamente tanta confusione al punto che, spesso, venivamo a sapere alle nove di sera se il giorno dopo saremmo dovuti andare a scuola o restare a casa. Abbiamo alternato modalità 50%, 100%, addirittura 25% in presenza (in pratica 6 studenti in classe con i rimanenti a casa). La parte complicata era naturalmente mandare avanti il programma e organizzare compiti in classe e interrogazioni.

 

In primavera, quando siamo tornati alla modalità iniziale, quella del 50%, non solo non avevamo valutazioni a sufficienza, ma vi era anche la pretesa di interrogare solamente in presenza, con la conseguenza che ci ritrovammo a dover svolgere il doppio delle prove in metà delle settimane. Inoltre, per garantire lo scaglionamento degli ingressi per chi andava in presenza, l’orario è stato modificato e per tre volte a settimana le lezioni terminavano alle 15.30, non appena iniziavano i progetti di P.C.T.O (l’ex alternanza scuola-lavoro), anch’essi da svolgersi a distanza. Nel poco tempo che rimaneva a disposizione, dopo mimino sette ore passate davanti al computer, bisognava studiare.

 

A tutto questo vanno aggiunte le normali tensioni derivate dalla situazione generale in cui versavamo ormai da oltre un anno. All’incertezza, alla paura e alla stanchezza dettate dalle circostanze si è sommato lo sforzo di dover seguire un ritmo scolastico folle che, oltre a non consentire un apprendimento efficace, non sembrava tener realmente conto dei problemi che vivevamo. Con il tempo, quindi, crebbe anche un forte senso di ingiustizia, non solo per quello che stava accadendo, ma soprattutto perché, proprio con tutto quello che stava accadendo, erano veramente pochi coloro che nutrivano comprensione nei nostri confronti e ci venivano incontro. In un momento del genere in cui la scuola dovrebbe essere a maggior ragione un punto di riferimento, uno stimolo e un supporto, non solo didattico ma innanzitutto umano, per noi, confusi, stanchi e disorientati, essa è stata solamente un’ulteriore fonte di disagio. Disagio che, perlopiù, è passato inosservato come da tempo succede nel mondo della scuola.

Sì, perché i problemi che qualcuno ha per fortuna evidenziato nel corso di questi anni sembrano essere comparsi all’improvviso, come conseguenza diretta della pandemia. In realtà, Covid e D.A.D. hanno solamente acuito il senso di smarrimento che aleggia già da tempo nelle nostre aule. Fin dai primi anni di liceo ho conosciuto lacune e disorganizzazione, nei tempi, negli spazi, nei programmi, nel modo di insegnare e di rapportarsi con noi ragazzi. Vivevamo in un ambiente carico di negatività, costretti in una situazione precaria che, con l’arrivo del Covid, è crollata rivelando tutta la sua instabilità. Non c’era tempo e modo di avere voti, di finire i programmi, di arrivare agli studenti, specialmente quelli più in difficoltà. Ma che diciamo di quegli stessi voti che persino in un anno normale sembrano acquisire più valore dello studente stesso, di quei programmi talmente vasti che vanno portati avanti alla svelta senza nemmeno rifletterci sopra e di tutti quegli studenti che si sentivano abbandonati dalla scuola ben prima che il lockdown li chiudesse in casa?

Quel che è peggio è che, come queste debolezze sono sembrate comparire all’improvviso sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica e del governo stesso, così all’improvviso, l’anno seguente, sembrano essere magicamente scomparse. Non si è intervenuti né prima e né dopo e ancora una volta non siamo stati ascoltati, ancora una volta ci si è dimenticati dei sacrifici fatti e di quel che abbiamo vissuto. Lo dimostra il fatto che si è pensato di reintrodurre un esame di stato quasi tradizionale con un cambio di rotta dell’ultimo minuto venendo meno all’unica necessità che noi giovani sentiamo in questo momento: delle certezze. Almeno da chi potrebbe, e dovrebbe, guidarci.

Non è solo la stanchezza a pesare. In questi ultimi anni mi sono sentita incompresa, abbandonata, divorata dall’ansia di dover rientrare in uno schema, ancor più sola e bersagliata come studentessa da chi ci reputa svogliati, ci accusa di aver oziato per due anni senza considerare la fatica anche psicologica di quanto accaduto. Senza considerare i cambiamenti, la mole di lavoro accumulata, i programmi arretrati, le difficoltà nel gestire la lezione da casa, gli orari estremi ancora in vigore. Per un anno intero ho pranzato davanti al computer. Sei o sette ore di fila davanti a uno schermo, ogni giorno. La beffa, quando ci è stato detto che eravamo costretti a recuperare i dieci minuti mensili che si perdevano per non finire troppo tardi le lezioni e consentire le pause di igienizzazione in classe e di riposo a chi seguiva da casa. Dieci minuti che si trasformavano in ore di lezione aggiuntive la sera o nel fine settimana o, addirittura, in compiti in più da svolgere nel poco tempo che rimaneva. Mi sono sentita tradita e ostacolata ancora una volta e, questa volta, di più perché siamo stati catapultati in una realtà insostenibile e ci si è dimenticati di noi.

Che dire di oggi? 

Per quanto riguarda gli anni della pandemia, il sentimento di ansia e di frustrazione di quei giorni è ancora un ricordo vivo nonostante i mesi siano passati e, come accade spesso nella vita, si è costretti a voltare pagina. C’è da dire che tornare ad una parziale normalità quest’anno è stato utile, anzi fondamentale perché è servito a ristabilire parte di quell’equilibrio che era stato stravolto sebbene, dentro ognuno di noi, vi sia la consapevolezza che quest’ultimo anno non è stato come quelli prima del Covid, non sarebbe potuto esserlo.

 

Ora come ora, io e i miei coetanei non parliamo spesso di quanto accaduto dal 2020 in poi. Avverto come un tacito accordo a rinchiudere, anche solo momentaneamente, quella parte di vita che ci accomuna nel silenzio di un passato dal quale cerchiamo di distrarci, a lasciarla scivolare via dalle nostre menti. Siamo coscienti che è lì, come una cicatrice in un angolo nascosto della nostra pelle, ma ne ignoriamo la voce mentre ognuno cerca nel suo piccolo di ritrovare la sua libertà e di costruire la sua vita, la sua identità, ora che abbiamo quell’età per cui siamo ad un bivio, al termine di un lungo viaggio che non abbiamo avuto il tempo e il modo di realizzare e di comprendere. Ho vissuto questi ultimi mesi, da ottobre in poi, come un ricomporre i pezzi, cercando di non lasciarmi abbattere dagli spettri del passato e dalla mia insicurezza, insicurezza con cui è difficile lottare in un mondo incerto come quello in cui viviamo. Sentir parlare per la prima volta di guerra, per giunta così vicina a noi, mentre ci lecchiamo ancora le ferite di un evento sconvolgente come la pandemia, mi ha generato inevitabilmente nuove paure e preoccupazioni e ancora una volta mi ha condotto a quel tentativo di estraniarmi, per quanto possibile, dalla realtà esterna e concentrarmi su di me. 

Per quanto riguarda la scuola provo, invece, un sentimento di delusione e di rabbia. Un sentimento che nasce dal fatto che trovo tutto questo profondamente ingiusto. Mi trovo qui a pensare che questi anni sarebbero dovuti essere l’età migliore e, invece, sono stata a lungo un’adolescente chiusa in gabbia e non solo per via del Covid. E perché allora? In nome di cosa? In nome della cultura, ma quale cultura? La cultura dei numeri. Entriamo con un numero e lo scopo di cinque anni per cui correre, impazzire, soffrire è quello di uscire con un altro numero. Perché in fondo a nessuno importa più niente della cultura, sempre che si possa definire tale la cultura che ti insegna che le guerre nel mondo vanno sapute per fare un esame, non perché è il mondo in cui vivi. La cultura che, pur di finire un programma, racchiude in una settimana due secoli di storia e di letteratura. La cultura che ti costringe a non dormire, a non mangiare, a non uscire e che poi non ti insegna niente perché il tempo non ti basta nemmeno per chiederti cosa stai imparando. E nessuno te lo chiede mai - Cosa stai imparando? Cosa ti piace? Cosa trovi di bello? -.

 

Non ho mai preteso di essere trattata con i guanti di velluto, non ho mai esitato a donarmi allo studio ma, in momenti difficili, prima, durante e dopo il Covid, quando ero un’adolescente fragile prima di una studentessa, avrei apprezzato che mi venisse chiesto “come stai?”, o semplicemente che non si ridesse della mia insicurezza, che non si ignorasse la mia presenza e che non si svalutasse ciò che sono.

 

E nel ricordare oggi questi momenti penso “È una fabbrica, non è una scuola”. È questa la cultura di cui ci vantiamo, fatta della stessa sostanza di un paio di scarpe, delle gomme di un’automobile, del legno dei tavoli. Si cerca di insegnare letteratura assegnando pagine di libri da imparare a memoria, si cerca di insegnare la poesia come si insegna la matematica e uno studente è più impegnato a sopravvivere alla settimana che a comprendere ciò che legge. 

 

Sento tanto dire "così si uccide la cultura", ma la cultura è già morta, privata di ogni significato. Ormai la cultura non si insegna, è sacrificata in nome di un’industria che si spaccia per cultura, mutilata, resa cieca al punto da prosciugare la vita e i sogni di un ragazzo senza rendersene conto. La cultura che si insegna nelle scuole dovrebbe aprire le porte, dovrebbe preparare alla vita, dovrebbe accendere i sogni.

 

La scuola che ho conosciuto io ha solo sbarrato strade e ammazzato speranze. La vita è sulla bocca di tutti, ma solo per dire che va cercata fuori. La scuola non rappresenta uno stimolo o un incentivo in questo, ma una catena, un fardello che devi trascinarti dietro, che ti fa sentire inadeguato e limitato finché anche lo studio diventa sfiancante e deleterio. Tutto ciò che ho imparato in questi anni è saper essere forte e crescere al di fuori di qui. Ho sentito dire che per andare avanti non devi perdere te stesso. Devi farti piacere ciò che studi e non farti condizionare. Ognuno trova la propria via di salvezza. La mia è stata l’equilibrio che ho trovato dopo mesi di cadute e che mi ha permesso di prendere il buono che c’è e aggirare il resto.

 

Questo, tuttavia, può valere per una pandemia, per una guerra, ma è giusto che valga anche per la scuola? È giusto che essa sia l’ostacolo, il nemico? Ho sempre amato lo studio ma tutto questo mi appare insensato. Bambini che nelle parti più remote del mondo vivono in mezzo alla strada non sanno né leggere e né scrivere. Invece noi del mondo occidentale che ne abbiamo la possibilità, che ne abbiamo la fortuna, perché di fortuna si tratta, la sprechiamo a questo modo, trasformando in una condanna quello che per tutti dovrebbe essere un diritto e che per molti è solo un sogno. Quanto è incongruente. Riusciamo a trasformare oro in catrame, ricchezza in povertà, menti giovani e brillanti in terreno arido.

E no, non è la pandemia la causa di tutto questo. La pandemia è stata solamente l’ennesima prova che la scuola non è stata in grado, e non è in grado tuttora di aiutare i suoi studenti. Certo, la colpa non la darei ai professori, almeno non solo a loro. La responsabilità è di un sistema che non funziona più e in pochi sono disposti ad ammetterlo. Non si tratta di denigrare i valori della scuola italiana, quanto di riconoscere che quegli stessi valori che essa vanta ormai non vengono più portati avanti, insieme a quelli che non sono mai stati presi in considerazione e che, forse, è ora che nel 2022 inizino ad essere visti con occhio diverso.

In questi anni abbiamo assistito ad una pandemia ed una guerra, eventi straordinari certo, che inevitabilmente hanno avuto un impatto su tutti noi. Ad oggi posso affermare con sicurezza che quanto accaduto è stato determinante per definire chi sono oggi e sono disposta ad accettarlo. Per il resto, sono ancora animata da quella speranza forse infantile che si possa aspirare ad un mondo migliore e non smetterò di crederci.

 

Per quanto riguarda il mio io-studente che ormai sta giungendo al capolinea del suo viaggio, tutto ciò che mi auguro per chi verrà dopo di me è che la scuola trovi la sua direzione e insegua i giusti ideali per cui è stata creata. È evidente a tutti, ora più che mai, che la vita ci pone davanti mille ostacoli che spesso esulano dalla nostra volontà e che per affrontarli è necessario avere delle risorse e la scuola deve essere una risorsa, deve essere una certezza, in tempi di pace, di guerra e di pandemia. Deve esserlo per tutti i giovani che sono il futuro del mondo. 

Ho fiducia in questo.

Con affetto, una liceale del 2022.