Forse (non) lo sai

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Lapaginabianca.docx è nata con lo scopo di occuparsi del prossimo, portando un messaggio che valga da essere umano a essere umano e non v'è spazio per chi in questa pagina vuol portare avanti campagne d'odio.

L'arte ai tempi del Covid

La gente non sta bene. L’arte neppure

Dopo un anno, sentir parlare di Covid pone l’attenzione dell’ascoltatore – o in questo caso del lettore- in una modalità tutt’altro che predisposta.

Sa che sta per ascoltare contenuti che al loro meglio sono nefasti, al loro peggio sono profondamente disturbanti.

Ormai abbiamo un modo di affrontare l’argomento con un misto di insofferenza, stanchezza e incertezza. Anche solo quando leggiamo un articolo di poche righe.

Si sente urlare “resilienza” dalla mattina alla sera quando invece di reazioni resilienti non vi è proprio più traccia alcuna. Si dovrebbe piuttosto parlare di “reattanza” (una particolare dinamica psicologica che porta a fare esattamente il contrario di quello che viene chiesto o imposto).

Si può parlare di Arte in un clima del genere?

Si può e si dovrebbe: intanto perché l’arte è sempre stata e sarà sempre un catalizzatore della nostra realtà attuale. E’ uno specchio di quello che accade intorno e segue le oscillazioni del gusto e delle esigenze umane, laddove sia intenzione dell’artista creare qualcosa di pertinente con il mondo che lo circonda. Altrimenti può seguire oscillazioni di altro tipo, pura questione di scelte.

Quando la pandemia è scoppiata, subito l’arte si è mossa per descriverla: descriverne gli eroi, tracciarne i contenuti, cercare di aprire un discorso non solo che mostrasse ma che in qualche modo alleggerisse e consolasse.

 

                                          

 

Partendo dall’infermiera che sfida la grossa palla virulenta del Maestro Milo Manara, alla ironia giocosa di Banksy con “Game Changer” alla mossa iconografica di Damien Hirst, il quale ha trasformato gli arcobaleni dei bambini e del “Andrà tutto bene” in un’opera di farfalle e ottimismo, intitolata “Help the Hungry”.

Poi si è capito che questa realtà ci avrebbe accompagnato per lungo tempo ancora. E l’arte e i suoi protagonisti hanno cominciato ad organizzare la trasformazione di essa in un mondo “a prova di virus”.

Questa realtà ha letteralmente infettato quelli che erano non solo i temi da utilizzare ma anche le modalità di rappresentarli e di interfacciarsi con il pubblico. Basti pensare a realtà quali le visite virtuali e le inaugurazioni dal vivo sui social. E i musei aperti a colori alterni.

Tutto questo ha anche sviluppato una nuova introspezione degli artisti.

Essi, per prima cosa cono pur sempre degli esseri umani. E come tali hanno avuto un modo di reagire alla situazione diverso a seconda della loro personalità ma anche, ad esempio, del medium che utilizzano.

Artisti come Nico Vascellari hanno optato per una performance penetrante e ripetitiva che colpisse il cuore delle persone tanto quanto il loro orecchio, al pari delle notizie che ogni giorno ci sommergono con vagonate di negatività.

Chi come l’inglese Bruce Munro o l’italiano Jago hanno optato per installazioni di ampia risonanza visiva, per parlare delle condizioni degli altri e non di sé stessi. Isolamento, difficoltà economiche e lavorative, ritardi del mondo sanitario.

Chi opta per parlare invece della propria transizione interiore e degli incubi inconsci che questo virus risveglia. Utilizzare l’arte come forma di evasione e di sfogo per sublimare le proprie paure e le proprie ansie. Come nelle opere di Renzo Ferrari, che portano con sé un retaggio fra l’espressionismo e l’Art Brut parlando però di temi attuali.

L’arte è un prodotto umano, non esiste nel mondo naturale. Ed è inevitabile che segua quelle che sono le fluttuazioni della realtà umana in un momento in cui tutto è sovrastato da questo unico, invadente, abbrutente, maledetto tema. Dipende solo da quale parte della sfaccettatura si vuole guardare.

Il Coronavirus ha distorto quello che tutti noi consideravamo la normalità. Se l’equazione conta che l’arte faccia parte di questa normalità, allora anch’essa è stata distorta.

Oppure possiamo vederla così: la pandemia e tutto quello che ne consegue ha potuto dare agli artisti un nuovo slancio per quanto riguarda il modo di affrontare la cosa.

Fornendo dunque un numero enorme di possibilità fra temi, modi di affrontarli e medium per farlo.

Forse ciò che è stato realmente distorto è il modo di fruire tutto questo.

Così come risulta rovinoso al pari di una bomba atomica il semplice concetto dell’entrare a contatto con un altro essere umano. Questo ha portato il Coronavirus: l’idea che gli altri e la vicinanza ad essi sia un segno di pericolo.

E questo resta il danno più osceno di tutti, poiché uno dei pilastri fondamentali della vita umana è legata ad una necessaria attività sociale (si badi bene, non “vita sociale”).

Il fatto che venga etichettata come “dannosa” e “vietata” è sufficiente a mandare in tilt un po’ di cose.

E l’arte, come sempre attraverso i secoli è lì in prima linea a documentare, rispecchiare e anche interpretare le dinamiche che le girano intorno, umane e collettive. Fa la sua parte come un fedele interprete della quotidianità, esaltando o a volte facendo propaganda legata a quelle che sono le attitudini del proprio creatore.

LA MANCANZA DI EDUCAZIONE SESSUALE GENERA MOSTRI

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Educazione sentimentale: intervista a Revy

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Forse (non) lo sai

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Fiori di mango, Isabella Schiavone

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SABIWA

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(Re)imparare a vivere

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Orgoglio e sentimento, Benedetta Cosmi

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