Educazione sentimentale: intervista a Revy

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Lapaginabianca.docx è nata con lo scopo di occuparsi del prossimo, portando un messaggio che valga da essere umano a essere umano e non v'è spazio per chi in questa pagina vuol portare avanti campagne d'odio.

Il 16 gennaio 2021, venne pubblicato su Lanterna l’articolo «La mancanza di educazione sessuale genera mostri» basato sulla correlazione che v’è tra la carenza di insegnamento in materia e i reati di violenza di genere. 

Deontologicamente parlando, necessario in questo tipo di articoli è quello di dare spazio a chi ha una consapevolezza decisa sull’argomento affinché “il pezzo” non manchi di rispetto a chi ha subito una qualsivoglia forma di violenza. Ciò che emerse dall’articolo trovò un’ulteriore completezza quando la petizione (nata dall’articolo) fu criticata perché in Italia, secondo alcuni, vi sono già forme di insegnamento legate alla sessualità. «Un’educazione sessuale però frammentata e disomogenea» come sottolineato anche in un articolo di Giorgia Cannarella su Vice, e legata strettamente a tematiche quali le malattie sessualmente trasmissibili e la relativa prevenzione. Indi per cui, con i co-fondatori de Lapaginabianca.docx è stato dato importanza prima di tutto al ri-definire il concetto iniziale scegliendo di parlare di educazione sentimentale, senza scandagliare le dinamiche montessoriane o quelle degli usi di Flaubert. L’educazione sessuale deve partire dall’educazione ai sentimenti. Come per l’articolo citato poc’anzi, anche in questo caso, l’obbiettivo è quello di ascoltare, capire e carpire gli aspetti chiave e di parlarne sensibilizzando i lettori.

Revy, attivista, rape survivor, si occupa di violenza sessuale e cultura dello stupro. Quando ho letto la tua storia ho pensato al Kintsugi, l’arte giapponese di «riparare con l’oro» che vede nella ferita la possibilità di ri-nascita interiormente ed esteriormente. Il 16 novembre 2020 decidi di scrivere della tua cicatrice per «creare consapevolezza, fare divulgazione e supportare le altre persone che hanno subito abusi» mostrando come vi sia prima di tutto una mentalità errata che ruota attorno al concetto stesso di stupro. In un’intervista rilasciata al collettivo Animi Motus hai dichiarato come «lo stupro sia stereotipato dai media come qualcosa che avviene per mano di uno sconosciuto, in mezzo alla strada, con tanto di botte e lividi» mentre invece la realtà difficile da accettare è che «lo stupro è un atto di forza ma non prevede necessariamente il coinvolgimento della forza fisica». A questo proposito, vorrei chiederti, come si può cambiare una mentalità così radicata nella società odierna?

Secondo me è un discorso principalmente di rappresentazione. Nella maggior parte dei casi, nel riportare notizie riguardanti situazioni di violenza, viene fatta una sistematica spettacolarizzazione del dolore. Ciò significa che vengono riportate solo le vicende che fanno più scalpore, quelle in cui vi è violenza, scandalo (ne è un esempio il caso Grillo); le notizie che suscitano più interesse insomma, che riguardano la violazione sulla privacy. Spesso non viene chiesto nemmeno il permesso prima di raccontare determinate cose. Prima di tutto si dovrebbe cambiare il tipo di narrazione che viene fatta sui media. Un altro modo è partire dall’educazione, anche a scuola; una cosa che ho visto con i miei occhi è che si tende tantissimo ad evitare questo argomento. Visto che l’argomento è tabù in famiglia, almeno a scuola si dovrebbero educare i giovani a comprendere cosa sia la violenza, la quale non implica necessariamente l’utilizzo della forza fisica. Mi piacerebbe chiarire il fatto che, in realtà, come conferma l’ISTAT del 2019, al 75% le violenze avvengono all’interno della relazione, da parte di un amico o di un parente. Da ciò possiamo capire bene che le modalità di violenza sono ben differenti da quelle che si potrebbero ricevere da parte di un estraneo in mezzo alla strada. Se questi tipi di violenze non vengono mai rappresentati o non si da’ ma notizia di ciò che accade, allora come possiamo riconoscerci come vittime? Come si può fare educazione se continuiamo a dare delle immagini o definizioni inadatte?

C’è un tabù che ruota intorno alla parola stessa: Stupro. Come dice una delle mie sorelle attiviste, Sveva Balzini: «Non usiamo la parola “stupro” a sproposito, in realtà non la usiamo abbastanza»; una volta lei fece un post che condivido tantissimo, il quale diceva: «Subiamo lo stupro più quanto pensiamo» ed è vero perché, di fatto, con il mio lavoro di divulgazione, di messaggi così ne ricevo tantissimi.

Alla fine la condivisione e l’esternazione di un dolore del genere, di un dolore personale, fa in modo che anche altra gente senta la necessità di parlare, di raccontare la propria esperienza, la propria sofferenza. Spesso si tende a nascondere, a negare ciò che è successo quando, in realtà, nel momento in cui racconti, anche solo a una persona, avviene una sorta di liberazione. Le persone hanno bisogno sopratutto di essere validate, così come ne ho avuto bisogno io. Questa cosa deriva dal fatto che, nel momento in cui decidiamo di raccontare di aver subito una violenza, anche a qualcuno di cui ci fidiamo, spesso veniamo sminuiti. Questo è un grave problema del nostro paese; il numero delle denunce false di chi dichiara di aver subito violenza è statisticamente irrilevante.

«Cara scuola, perché non ci hai mai parlato della brutalità degli stupri di guerra?». Questo uno degli incipit dei tuoi più recenti approfondimenti legati ad uno degli argomenti più complessi della storia. Come hai denotato, la narrazione parziale dei fatti storici nel nostro sistema scolastico finiscono indirettamente per giustificare le violenze come ordinarie negli orrori di una guerra. Eppure questo retaggio è giunto sino ai nostri giorni e mentre molti vedono un tentativo di revisionismo storico, nel mondo ad ogni scoppio di una guerra o manifestazione violenta, le persone continuano ad essere silenziate con gli abusi fisici e sessuali come avvenne con le donne irachene durante la più recente guerra o con le comfort women durante il secondo conflitto mondiale. Perché la scuola, primo modello di riferimento per l’alunno, ha evitato di parlare degli stupri di guerra?

Lo stupro di guerra è sempre stata l’arma più potente e a basso costo. Il fatto che non se ne parli o addirittura si romanticizzi lo stupro, come nell’esempio de Il ratto delle Sabine, aggrava la situazione. Io ho scoperto solo alla veneranda età di 20 anni che si trattava di uno stupro di massa. Quando mi sono ritrovata a dover studiare l’argomento, mi sono resa conto che tutta la vicenda non faceva che ruotare intorno alle necessità dei romani. Tutti questi orrori ingiustificabili sono ridotti alla giustificazione del revisionismo quando, in realtà, si tratta di una semplificazione riduttiva dei reali fatti storici; nel senso che la storia non è composta solo da date ed eventi presentati in modo sterile. Gli eventi sono fatti di persone, di civili che non hanno scelto di fare quella guerra e che alla fine ci hanno rimesso più di tutti. Il non considerare gli effettivi fatti, come lo stupro di guerra, è un’arma più potente di un carro armato e molto più economico di quest’ultimo. Quando si parla di stupro di guerra non si parla solo di donne, ma di anziani, bambini, uomini che cercano di difendere le proprie famiglie.

La mia critica alla scuola è proprio questa. Quando si insegna la storia si dice sempre che questa ci serve a non commettere gli errori del passato ma, se noi non parliamo mai dei crimini commessi contro l’umanità, come possiamo pensare di non perpetrarli tutt’oggi? Come facciamo a pensare davvero di avere la consapevolezza di quello che succede durante i conflitti? Non è solo il caso delle guerre mondiali, parliamo di conflitti anche civili. Il punto è questo; se non se ne parla non si conosce e se non si conosce non si ha la consapevolezza e, senza questa, non abbiamo il potere di cambiare le cose, né la volontà per farlo, perché non sappiamo che tali cose avvengono. Nel momento in cui lo sappiamo, rimaniamo a bocca aperta, come se cadessimo dal pero. È quello che è successo a me quando ho cominciato a capire cosa fosse Il ratto delle Sabine. Èstato solo in quel momento che ho iniziato a capire a cascata cosa succedeva davvero durante un saccheggio. Il saccheggio non è solo furto delle provviste, ma anche stupro, mutilazioni, violenza. È questo che mette in ginocchio un popolo. Distruggendo la famiglia si distrugge la società e, quindi, l’economia. Lo stupro di guerra è un’arma potentissima, in grado di rendere più semplice per il nemico, il sottomettere un popolo al proprio volere.

Gentile lettore, puoi trovare l’intervista completa sull’editoriale Lanterna.

LA MANCANZA DI EDUCAZIONE SESSUALE GENERA MOSTRI

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Educazione sentimentale: intervista a Revy

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Fiori di mango, Isabella Schiavone

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SABIWA

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(Re)imparare a vivere

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Orgoglio e sentimento, Benedetta Cosmi

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